LogIn

Cura e manutenzione

Violenza è preparare tutti i giorni la cena alle otto credendo che sia un dovere. Non è un dovere.
(da un messaggio consegnato all’Anfora testimone della Staffetta di Donne contro la violenza sulle donne)

Parole vecchie e parole nuove per dire lavoro
Sono cambiate le donne ed è cambiato il lavoro.

Se ci guardiamo indietro, se ripensiamo alle battaglie del movimento di emancipazione, possiamo dire che abbiamo fatto molta strada e vediamo quanta attenzione, quanta fatica, quanto pensiero politico abbiamo speso per definire nel tempo i diritti e i doveri della lavoratrice e della lavoratrice madre. Forme che oggi ci appaiono puramente assistenziali erano già i primi elementi di una nuova cittadinanza. Abbiamo sostenuto molte lotte per rivendicare il diritto a lavorare fuori di casa per poter leggere in tutta la sua complessità la percezione, oggi sempre più diffusa tra le donne ma anche tra gli uomini, che è normale che una donna lavori. E questo è indubbiamente un punto d’arrivo. nota 1
Si tratta ora di capire cosa abbiamo guadagnato, cosa abbiamo perso per strada e da dove ripartire e intenderci su cosa vuol dire lavoro per una donna OGGI, nell’epoca della globalizzazione dei mercati, sapendo che il significato cambia notevolmente a seconda dell’età. La differenza è determinata non solo dai diritti di cui si gode o meno, ma dalla percezione che si ha del proprio corpo, se è fertile o no, se è vecchio o no e del tempo di cui si vuole godere.
I tanti negoziati in corso
Il lavoro è stato importante per molte donne, dal dopoguerra fino agli anni ‘70, per definire la propria identità, ci si poteva annullare nel lavoro, l’importante era riuscire a non tornare a casa, non diventare come le proprie madri: casalinghe in preda a figli e famiglia.
Non tutto è stato risolto, non solo per questioni legate allo stato sociale, ma per le dinamiche interne al rapporto con l’altro sesso.
Oggi, le donne hanno in genere rapporti diversi con i compagni, e diversi non significa automaticamente migliori, significa che le giovani donne hanno un negoziato in corso con i maschi di cui dobbiamo tenere conto.
In tutti questi negoziati, sono determinanti la cura delle relazioni e dei corpi, la manutenzione della casa e il tempo.


Il “doppio lavoro delle donne”

Si parla ormai ovunque di “doppio lavoro delle donne”, o comunque di maggior numero di ore quotidiane impegnate in mansioni e lavori vari in più, e non di poco, rispetto alle ore dedicate dagli uomini, ma c’è un però che sfugge sempre, o meglio che rimane silenziato.
Quando si parla di lavoro maschile si sottintende un reddito corrispondente, mentre nel caso delle donne e dei lavori di cura domestica si sottintende la gratuità, in compenso si loda proprio adesso il risparmio generato dalla supplenza dei nonni.
La scelta effettuata dell’innalzamento dell’età pensionabile delle donne è stata l’occasione per ridefinire le parole che riguardano il lavoro e la condizione economica delle donne. La pensione è l’esito di anni di lavoro retribuito, in mancanza si ha diritto ad un assegno sociale.


Proviamo a ridefinire il lavoro delle donne.
Quando esso è retribuito e si svolge fuori dalla propria casa, il senso della parola coincide con quello del lavoro maschile, ed entra a pieno diritto nell’uso e nel senso comune.
Quando si svolge fra le pareti domestiche, esso viene definito lavoro di cura.


La cura
La cura non è lavoro.
Cura non è nemmeno propriamente accudimento, ma è cura della relazione, con il mondo, le persone, le cose. La cura ha uno scopo primario, la buona crescita psicofisica e la buona relazione con la vita. La cura non è solo educazione, è qualcosa di più, è il risultato di una assunzione di responsabilità per l’esistenza.
Cura e accompagnamento sono le azioni materne, che possono e devono essere disinteressate. La modalità politica delle donne dovrà essere una strategia condivisa per ritrovare un’etica dello sguardo. Assumere la responsabilità del vedere, significa accorgersi. Prendiamoci cura di noi stesse poiché ci vediamo diverse.
Le donne, depositarie della cura, prendono in continuazione decisioni sulla relazione, che è la base del sistema sociale.
Ben diverso dall’imporre un ordine, cosa che fanno gli uomini.


La manutenzione dell’habitat: servizi alla famiglia
Ma cambiamo scenario e immaginiamo tutte quelle operazioni quotidiane che sono necessarie per mandare avanti una casa e che qualunque donna può declinare velocemente nella propria testa.
Le chiameremo manutenzione. Se è un’altra donna a farla, essa diventa “meritevole” di retribuzione in base alle ore. Può anche farla un uomo, e il risultato non cambia.
Quando la facciamo noi, anche sporadicamente tutto quel lavoro, oltre che gratuito, non è né visto né riconosciuto. Invece è manutenzione dell’habitat.

Proprio questo non riuscire a separare il desiderio di avere cura dalla manutenzione inquina i rapporti di convivenza. Sarà davvero importante riconoscere il desiderio che abbiamo di avere cura delle creature che abbiamo deciso di mettere al mondo distinguendolo dal sentirci responsabili dell’armonia delle relazioni attraverso la manutenzione dell’habitat in cui si intrattengono e realizzano le relazioni affettive. Questo habitat si chiama Casa.
Per paura che un sistema di importanti equilibri così faticosamente costruito ci crolli addosso, sopportiamo. Sopportiamo per amore dei figli. Stereotipi?
Forse è arrivato il tempo per noi di uscire dagli stereotipi e dire che una donna può volere tutto –figli, lavoro, affetti, tempo libero– senza dover pagare tutto questo a caro prezzo.
Forse è arrivato il tempo di ripensare fin dalle fondamenta l’impianto su cui si regge la politica della conciliazione, perché così come è concepita oggi regge fin quando la singola donna regge, fin quando sarà utile a tutti che cura e manutenzione vengano confuse.
E poiché il ‘lavoro’ continuerà ad avere le sue logiche, regole e condizioni, tutte sottomettibili a trattativa, per raggiungere parità e indipendenza economica reale dobbiamo farci stare la nostra differenza.

Vale la pena ricordare che la confusione è tale per cui sempre alla donna che lavora viene chiesto, anzi è implicita, una costante azione di cura sul campo, una replica di quella che sarebbe una predisposizione naturale femminile.

Un plus non riconosciuto laddove il riconoscimento deve essere economico.


Welfare e indipendenza
Da questa confusione, peraltro voluta, nasce la confusione sulle iniziative e proposte di welfare, assistenza, previdenza, servizio, che possano facilitare il lavoro delle donne, quello retribuito, sostenendo ma non sostituendo il lavoro non retribuito. Questa confusione affonda radici profonde anche nell’onnipotenza femminile che pensa di poter tenere tutto insieme meglio di chiunque.
Nel frattempo nessuno tocca la legittimità del lavoro maschile, né tantomeno si osa parlare di lavoro domestico maschile. Gli uomini pensano di avere e hanno parecchie opzioni disponibili: moglie casalinga, o non, mamma, colf, sposare una straniera, lavanderia... e raramente qualcuno pensa di usufruire di quelle leggi che pure ci sono come il congedo di paternità, per esempio. Del resto è un’impostazione culturale sottesa nelle disposizioni legislative: l’attuale congedo familiare è congegnato in modo tale che, in una coppia lavorativa, a casa resterà quasi sempre la donna, visto che ha quasi sempre uno stipendio più basso.
E così succede che stipendi, emolumenti, redditi femminili sono ancora largamente inferiori a quelli maschili, significa per ogni donna non poter decidere né una separazione affettiva, né una fuga da percosse, né la cura dei figli, né una semplice scelta di vita diversa, nessuna indipendenza realizzabile fattivamente, perché non sostenibile economicamente.
Significa che il tempo libero è ancora maggiormente maschile, almeno in famiglia, e che le donne in realtà non vanno mai in pensione.
Così succede che l’avanzamento di carriera maschile si deve alla ruolizzazione del lavoro femminile e viceversa la carriera femminile viene considerata una gentile concessione maritale.
Così succede che il lavoro di cura di bambine, bambini e genitori, viene dequalificato a quello di badanti e che nessuno riconosce più il senso reale di quello che “normalmente” accade delle vite reali delle donne reali.
Certo la punizione è terribile per le donne che disubbidiscono.
Poiché la concatenazione dei meccanismi relazionali uomo-donna porta in definitiva all’impossibilità attuale di una reale indipendenza economica delle donne, vengono a mancare i presupposti concreti indispensabili per autodeterminarsi anche nella maternità.
Solo la famiglia autorizza la cura? L’uso del termine tradisce un pensiero, dove quel modello istituzionale resta l’unico a cui tutti e tutte - etero e no - dovrebbero ambire per sentirsi in regola, nella socialità dei rapporti umani. Trae origine da questa confusione il dibattito che si è aperto a suo tempo, non ancora risolto, sui Dico.
Allora la cura del “nato di donna” –per dirlo con le parole di Adrienne Rich– continuerà a essere omologato ai servizi domestici, ai servizi per la famiglia, alla prestazione di manodopera, in una parola, alla manutenzione?

Quando cura significa: pensiero attento e costante per qualcuno o qualcosa; grande attenzione, riguardo, vivo interessamento, affanno, preoccupazione, impegno.
Quando cultura significa l'insieme della tradizione e del sapere scientifico, letterario e artistico di un popolo o dell'umanità intera.
Quando diciamo che i saperi delle donne sono oscurati, per saperi intendiamo cura e cultura, delle quali non possiamo non decidere autonomamente e a pari titolo con il genere maschile.

Da un documento di Pina Nuzzo e Anna Maria Spina del 24 settembre 2009



Nota 1
Negli anni ’50 per l’UDI mettere al centro della propria politica l’emancipazione della donna e il carattere autonomo ed unitario dell’Associazione fu una scelta che incontrò difficoltà ed ostacoli oggi inimmaginabili.

Il concetto di emancipazione era considerato quasi eversivo.
Uno dei temi su cui si sviluppa l’azione dell’Udi è la denuncia del doppio lavoro delle donne: si vuole estendere la consapevolezza che il lavoro casalingo è lavoro e che nessuna donna ne è esente. Sono del 1962 le manifestazioni per la pensione alle casalinghe: è rimasta nella memoria fotografica l’immagine delle donne con il grembiule da cucina davanti a Montecitorio.
E’ del febbraio 1965 la solenne consegna delle 50.000 firme raccolte per presentare una legge di iniziativa popolare per l’istituzione di asili nido.
Si comincia quindi a rivendicare una politica dei servizi sociali per rendere sostenibile quella condizione di doppio lavoro, senza però mettere ancora in discussione i ruoli.
Gli anni successivi, fino al ’68 ed oltre, vedono l’Udi impegnata in lotte concrete sul territorio ancora per i servizi sociali: asili nido, scuole per l’infanzia, ecc., nella convinzione che fosse necessario spostare le risorse dai consumi privati ai consumi sociali.

Si apre quella lunga fase, detta “delle vertenze”, con la quale l’Udi affronta le tematiche dell’occupazione, del lavoro casalingo, dei servizi sociali –che l’hanno sempre caratterizzata– in una forma nuova, con azioni dirette e dal basso.

Un protagonismo di massa che non delega alle istituzioni politiche ma che le assume come controparti. Le donne dell’Udi aggrediscono tutte le istituzioni locali (dal comune al sindacato agli uffici di collocamento ai provveditorati…) sulle quali - in una realtà territoriale precisa – occorre fare pressione per anticipare nei fatti quello che non è ancora una conquista in termini legislativi: asili nido, scuole per l’infanzia (“il diritto allo studio comincia a tre anni”) e scuola a tempo pieno, organizzazione della città in tutti quegli aspetti che penalizzano le lavoratrici e si fondano sul presupposto del lavoro casalingo a prezzo zero.

Le grandi manifestazioni nazionali (si pensi a quella del 31 marzo 1971, che aveva alla testa del corteo giovani madri con le carrozzine), le delegazioni al Parlamento, danno voce e unità a questo movimento e contribuiscono all’approvazione di alcune leggi fondamentali che richiederanno poi un lungo impegno per essere applicate: tutela della lavoratrice madre (1971), piano nazionale di asili nido (1971), contro il caporalato (1970), lavoro a domicilio (1973).

Fra il 1975 e il 1978 l’UDI si impegna sui suoi terreni di sempre –i servizi sociali, il diritto di famiglia, la scuola, il lavoro– con un taglio profondamente diverso. Per esempio si sollecita l’iscrizione in massa delle donne alle liste di collocamento perché “mentre in precedenza la sottolineatura cadeva sul rapporto esclusione dal lavoro - esclusione dalla società nel che implicitamente si ammetteva un’aspirazione della donna all’integrazione nella società degli uomini –adesso l’accento è posto sulla esclusione' dal lavoro - reclusione nella casalinghità, come messa in mora delle potenzialità e della creatività femminili
”. (M. Michetti - M. Repetto - L. Viviani, op.cit., p. 431)

Percorso: Iniziative Hanno scritto... Cura e manutenzione