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Un orizzonte altro

Source:  Copyright © 2010 UDIVoglio partire ancora una volta da un’immagine.
Dall’ingresso delle donne in Piazza della Loggia, che via via si riempiva.
Non era un corteo, non era organizzato.

Erano donne che arrivavano dai posti più impensati.Sole, in gruppo. Con gli striscioni. Con le coccarde rosa fucsia.
O anche solo con il proprio bagaglio a mano.
Alcune sembravano arrivare si direbbe alla spicciolata.
Quelle donne, piano piano hanno fatto propria la piazza.
Con passione, a tratti perfino con gioia, anche se eravamo lì per dire basta alla violenza sessuata e stop al femminicidio. Fin da subito, quando abbiamo cominciato a pensare ad una manifestazione, l’abbiamo immaginata come un momento in cui ci rappresentavamo prima di tutto per noi stesse come le donne belle e forti che sappiamo essere. In quella piazza non c’erano delle vittime o delle donne vinte, il nostro essere lì insieme e in comunicazione tra noi, era una Unione forte delle centinaia di incontri che l’avevano preparata, delle migliaia di donne che avevano accarezzato, abbracciato e amato quell’Anfora diventata un simbolo.
Con la Staffetta siamo state in grado di costruire e governare un evento lungo un anno, attraverso poche regole, perché avevamo chiaro il soggetto con cui volevamo intrecciare percorso e sentimenti: le donne.
Questo ha fatto di un’indignazione taciuta e diffusa un evento sessuato, in cui il genere assume titolarità e visibilità, da qui il nostro modo di stare in quella piazza, il senso di forza che viene solo da una reale dimensione collettiva.
In quella Piazza ho vissuto e visto l’esito di una visione politica peculiare dell’UDI che è la capacità di cogliere nelle donne che rappresenta e in quelle che le sono accanto i segni di una domanda e di una possibile risposta. Parlo di una risposta sessuata.

Volevamo costruire un evento che coinvolgesse anche le donne straniere qui da noi, volevamo uscire dall’idea sia del grande convegno, come anche della grande manifestazione.
Dovevamo andare noi nei luoghi dove le donne straniere vivono.
Donne che frequentiamo quotidianamente, perché a volte fanno le pulizie o le badanti per noi, donne che magari non vedono da anni i propri figli, come le moldave che poi ho effettivamente incontrato durante la Staffetta.
Siamo andate nei piccoli paesi, nelle città della provincia italiana, dove esiste un tessuto di associazioni di donne e una rete di relazioni tra donne e anche di rapporti sensati che le donne hanno strappato alle istituzioni. Abbiamo messo in moto un movimento che ha riacceso tra le donne la voglia di spendersi pubblicamente, in modo creativo per se stesse e per le altre.

Torno a quell’immagine. A quella Piazza.

Torno alle donne che l’hanno resa possibile, torno a questi anni in cui siamo cresciute singolarmente e tutte insieme e alla passione politica che ci ha guidato nelle scelte. Ed ha consentito anche una cosa fondamentale: ha favorito una dimensione della socialità che ci ha rimesso tutte in gioco. Le relazioni e i rapporti sono entrati in modo prorompente nell’economia politica, a volte travolgendo situazioni che parevano consolidate, ma nello stesso tempo consentendo alle più giovani di sentirsi parte di una storia che ad alcune sembrava tanto lontana. Come? Attraverso rapporti vissuti. Oggi, ci stiamo misurando con una socialità che non è asservita ai ruoli e che bisogna imparare a governare, solo così possiamo sostenere le differenze, le disparità e, oserei dire, la stessa amicizia. Le nostre Assemblee autoconvocate sono anche l’esito dell’intreccio di rapporti, di scambi e di sostegno che hanno caratterizzato questi anni.

La Staffetta mi ha rivelato qualcosa che con la Campagna 50E50 avevo solo intuito. Alla domanda di partecipazione e di rappresentazione nazionale –a volte ancora indistinta– che le donne fanno all’UDI si accompagna il desiderio di esserci e di contare. Desiderio di rappresentanza.
Ho visto crescere l’ambizione femminile al punto da metterla al centro della Scuola politica di quest’anno. Che ti sei messa in testa? Era un modo per dire che l’UDI riconosce come legittima l’ambizione di una donna, l’accoglie, la valorizza. La vede.
Certo, l’ambizione non può diventare pretesa, non può ignorare la genealogia e la disparità. Ma non possiamo dire solo dei no, bisogna smetterla di mettere in atto delle interdizioni, perché questo induce le più giovani a vivere le altre come eterne moderatrici o delle insegnanti che si mettono in cattedra.
Cosa manca? Qual è il bisogno? E cosa c’è che ancora non vediamo?

Me lo chiedo quando sento parlare alcune donne giovani della loro vita e usare il termine precarietà per indicare una condizione sociale, lavorativa, economica, mi verrebbe da dire esistenziale.

Precario sembra essere diventato tutto, al punto che non ci consentiamo nulla altro che la denuncia della precarietà.

Negli incontri avviati dopo l’ultima Scuola politica –i 5finesettimanadipolitica– nell’ascoltare le più giovani parlare della proprie aspirazioni con rassegnazione o con un profondo senso di solitudine, mi chiedo, a questo punto, se il futuro è veramente finito e noi, tutte noi, ed io cosa posso fare. E le domande che mi pongo sono molte.
Perché io riuscivo a vedere nelle discontinuità o nelle incongruenze della mia vita un guadagno e non trovavo indecente che le mie scelte non fossero subordinate agli esiti? E perché oggi così tante donne si sentono oppresse tanto da quello che hanno che da quello che non hanno?

Quando in automatico mi viene da rispondere che bisogna partire da sé, già mentre lo dico mi pare una petizione di principio, un assunto che ormai sembra soprattutto uno slogan. Oggi non sarei più disposta ad un partire da sé di giovanile memoria, quella fase è ormai definitivamente alle mie spalle. Quel cerchio magico che ci ha unite e che si chiamava “femminismo” non c'è più, noi stesse lo abbiamo sciolto.
Cosa è rimasto? La passione della politica.
E’ anche finita la fase dell’essere contro: contro la società maschilista e contro i maschi, che ci ha tenuto unite, dandoci fiato e parola. Oggi che siamo adulte, dobbiamo distinguere tra i vantaggi di una democrazia che ci vede ancora troppo poco protagoniste e le tante trappole che la cultura ci costruisce addosso. E mi appassiona ancora capire quale rapporto, a partire dalla politica, le donne possono stabilire tra loro, adesso.
La nostra forza, quella delle donne e dell'UDI, è stata spostare impietosamente l'asse della discussione dalla strettoia ideologica, come è accaduto per l’aborto, per ricondurla alla verità delle vite e dei corpi.
Ho sempre avvertito come impellente la necessità di uscire dal “dover essere femminista” o dall’ovvietà di uno schieramento per vedere, invece, cosa è cambiato intorno a me, per riconoscere nella politica di oggi i segni con cui le donne vengono negate e disconosciute. Ho imparato a guardare in modo disincantato a chi si autopromuove paladino delle donne, ma si guarda bene dal cambiare le regole del gioco che rimangono saldamente in mani maschili.

Certo a noi resta la difficoltà di rappresentarsi senza uno sfondo o ancora peggio con la paura di essere spiaccicate su uno sfondo irriconoscibile.
Questo sfondo, questo orizzonte, noi dobbiamo dirlo.
Dobbiamo dire lo scenario, ed è un orizzonte spaziale, che non dimentica la storia e i percorsi; dobbiamo dire l’obiettivo, ed è un orizzonte anche temporale, che non può però prescindere dalla realtà degli spazi che ci consentiamo ogni volta.

Spazi: penso che la democrazia sia ancora l’unica forma di civiltà praticabile per le donne. E diffido delle “altre culture” soprattutto quando si intrecciano tra loro nel cosiddetto multiculturalismo a prescindere dalle vite e dai corpi delle donne, perché vuole dire solo una cosa, sempre: che i maschi di tutte le culture tendono ad accordarsi tra loro, passando sui corpi delle donne.

Penso allora che il partire da sé possa avere un senso solo se e quando viene inscritto in uno scenario collettivo, non dico ancora comune, non lo dico solidale ma collettivo, condiviso o almeno condivisibile.
Scenario compreso a sua volta dentro un orizzonte, quello della democrazia.
Ma a volte è proprio il concetto stesso di democrazia che non ci fa vedere il futuro, perché da una parte sappiamo che essa rappresenta il meglio per una convivenza civile, ma sappiamo anche che questo “meglio” si fonda ancora su un solo soggetto, presunto neutro, quello maschile. Le donne, anche le più capaci e meritevoli in questa democrazia, vengono continuamente messe al loro posto, disconoscendo il loro operato, offendendole, con atteggiamenti di ostilità.
Alle donne è consentita la marginalità, e la stessa cooptazione ne è la riprova.
Anche la frase “io voglio tutto” per una donna rischia di incarnare solo una somma di tutti gli stereotipi.
Dentro questa mancanza di orizzonte ci sto anche io che dopo tanta politica mi tocca di capire perché andare avanti.

Ho trovato la mia risposta nella democrazia duale.
Dico duale e non paritaria solo per essere meglio compresa.
Non perché i contenuti della Campagna e del nostro Progetto di legge sulla democrazia paritaria siano superati o differenti.
Dico duale, per non avvallare l’ennesimo equivoco che vede nella parità il superamento di un’ovvia disparità. Abbiamo usato il termine democrazia paritaria per indicare che dovevamo essere in condizione di misurarci alla pari, ma non abbiamo mai detto che siamo pari. Noi siamo differenti e siamo due, donne e uomini.
Su questa dualità va ripensata la democrazia.
Per molto tempo abbiamo creduto che si potessero operare degli aggiustamenti.
E sia chiaro, non parlo delle quote, che sono solo –almeno in Italia– la faccia perversa del peggiore aggiustamento.
Parlo anche e soprattutto di altro, parlo di un modo di concepire la pratica politica.

Tenere fuori le donne dalle decisioni che ci riguardano tutti in quanto umani pesa su questa nostra modernità così misera. Con sempre più forza e con sempre maggiore chiarezza è necessario prendere le distanze da quello che si può definire il “nuovo neutro”, da quel modo politicamente corretto di leggere la realtà che annulla le differenze negando i conflitti, come se riconoscere le diverse esperienze, diverse anche per i sessi, non fosse il vero guadagno per tutti.

La lingua stessa, lo abbiamo detto sempre fin dalla Campagna 50E50, indica con evidenza come la realtà può essere deformata. Si fanno leggi dove il termine “coniugi” rimanda a una idea di condivisione che, in caso di conflitto, risulta falsa, scatenando guerre in nome dei figli. Quando si fanno sparire i generi dalle relazioni, in particolare dal matrimonio, noi eliminiamo automaticamente la divisione dei ruoli e si espelle dal rapporto a due, di un uomo e di una donna, la titolarità del generare che è, ancora, delle donne. Pur occupandoci di gravidanza e di bambini –pur avendo cura di tutto questo e per tutto questo– non siamo ancora capaci di assumere pienamente la responsabilità verso il nostro corpo fertile, che concepisca o no, che partorisca o no, perché se lo vedessimo in tutta la sua potenza sapremmo che non ci si può chiamare fuori dall’esercizio del potere.

In fondo, cos’è stato e cos’è ancora oggi la 194 –anche oggi che da più parti veniamo sollecitate alla sua difesa– cos’è la 194 se non un aggiustamento sulla impossibilità delle donne di autodeterminare la propria fertilità?

Abbiamo lottato per NON morire di aborto clandestino e per poter decidere quando NON fare figli. Abbiamo anche avuto gli anticoncezionali e tutti i sensi di colpa per le decisioni che ci sentiamo costrette a prendere.
La libertà di decidere quando e se fare figli, che ci siamo duramente conquistate, ci viene spesso rinfacciata perché chi ha consuetudine con il potere sa che poter decidere di sé è il primo passo per stare nel mondo con signoria e ovunque si decide.

Io non ho avuto il tempo di desiderare un figlio, sono rimasta incinta come capitava alle donne della mia età e guardo oggi con una certa invidia a donne giovani, ma che la medicina definisce “primipare attempate”, che desiderano un figlio. Donne però per le quali è sempre più difficile rimanere incinte perché il corpo ha tempi suoi. Mi tornano in mente altre parole di questa Assemblea e un manifesto dell’8 marzo 2005: La precarietà rende sterili!

E mi chiedo: cosa si prova a desiderare un figlio?
Allora capisco che io e queste donne siamo speculari, ingabbiate in una organizzazione sociale che vede nella maternità un puro accessorio del femminile.
Io mi sono autodeterminata sulla difensiva, le donne a cui penso e che si sottopongono alla medicina per fare figli sono vittime dell’idea progressiva della nostra civiltà. Una idea tutta maschile che permea la società e la stessa politica.
Questa società in cui viviamo e che non prevede discontinuità e che non rispetta i corpi. Che propaganda un’idea di prolungamento della vita fertile presentato come moderno e laico. E che però contiene in sé vischiosità e pericoli che noi abbiamo già denunciato nel 2005, in quel Convegno “Generare oggi, tra precarietà e futuro”, perché è comunque un’idea del femminile –uno dei tanti stereotipi– un pensiero che lascia alle chiese, alle religioni né più né meno che alla stessa scienza medica l’appannaggio anche dei nostri corpi, dei quali ci viene detto costantemente, ossessivamente come devono essere, comportarsi, vestire, camminare per il mondo.

Come sarebbe il mondo se la differenza e il corpo fertile delle donne fossero a fondamento di una democrazia?
Come sarebbe la nostra vita nel nostro paese, se una donna potesse fare un figlio quando lo decide e questa decisione fosse accolta e sostenuta mentre studia, lavora, fa politica, altro? E non sto parlando di utopia perché in alcuni paesi europei già avviene, hanno realizzato forme di Welfare che rendono possibile tutto questo.
Come sarebbe la vita di donne mature, se in tanti la smettessero di predicare tutele a buon mercato sulla pensione come su altro, e cominciassimo veramente a dirci le cose come stanno, veramente, sul lavoro, come su altro?

Ebbene, la democrazia duale è l’unico orizzonte possibile che mi permette di immaginare di nuovo il mondo, la politica, e di lavorare per qualcosa che con tutta probabilità non riuscirò a vedere.
Però, avere contribuito alla sua costruzione mi pacifica.

Orizzonte come scenario della nostra pratica politica.
Orizzonte come obiettivo condiviso.

Ora, posso ripartire da me.

Pina Nuzzo
Pesaro, 30-31 gennaio 2010
Assemblea nazionale autoconvocata

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