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Dare radici alla pace: uno sguardo ai legami d’amore*

Source: enlmarujamallo.blogspot.comLa costruzione dell’alterità nella vicenda storica dei due generi

IL SOGGETTO DELLA CONOSCENZA

Parto dal bel titolo di questo convegno che mette giustamente insieme due parole forti: conoscenza e pace.
Quando si parla di conoscenza, presupposto indispensabile per una efficace pratica di pace, non si riflette abbastanza sul fatto che essa non è un dato oggettivo, ma strettamente connessa al soggetto che a partire da sé, dalla sua storia e dalle sue emozioni guarda, riflette, elabora, capisce e quindi conosce. Il soggetto, e questo bisognerebbe sempre tenerlo presente, è innanzitutto un soggetto incarnato in un corpo sessuato. La sessuazione del soggetto solo da poco e grazie soprattutto alle teoriche femministe comincia ad essere assunta, anche da alcuni studiosi, come elemento determinante per la costruzione del sapere e della conoscenza.
Nel passaggio dell’umanità dall’oralità alla scrittura, per millenni il sapere si è presentato invece come neutro e universale, nascondendo così la sua autentica radice, radice maschile, dato che le donne non avevano accesso alla cultura in quanto ritenute inferiori e perciò relegate nel privato.
Lo storico Alfredo Capone nel suo saggio “La corporeità maschile tra antropologia e storia” denunciava già anni fa l’assenza di studi sulla mascolinità nei lavori storici, sociologici, antropologici –una vistosa assenza di sapere intorno al maschile– e ammetteva che, come andavano affermando studiose femministe quali Butler, Haraway, Braidotti, i saperi sono collocati nelle radici corporee. Capone prendeva in esame quelle proposte interpretative che presentano la mascolinità come connotata da un radicamento biologico più debole a fronte del primato femminile nella procreazione. Da qui secondo lui prendono forma una originaria insicurezza e conseguenti specifiche emozioni. Ricordava i riti spesso cruenti di iniziazione alla virilità presenti in vari popoli come modalità di separazione dal femminile e dai suoi valori.
Faceva riferimento anche al lavoro della psicanalista Jessica Benjamin riguardo alla violenza con cui l’uomo si separa dalla madre, primo oggetto d’amore che attira e nello stesso tempo fa paura: una separazione per contrapposizione/inferiorizzazione che condizionerebbe per intero quella percezione maschile oppositiva e non dialettica del femminile che finisce con l’informare di sé l’impianto binario del pensiero occidentale e i modi stessi della conoscenza.
Ida Magli nel suo libro “La sessualità maschile” del 1991 si sofferma sull’organo sessuale maschile, percepito secondo lei come primo utensile esterno al corpo per esplorare il mondo: questo ha consentito nel maschio la costruzione della dualità soggetto-oggetto come categoria cognitiva e comportamentale. La conoscenza procede cioè per opposizione gerarchica: soggetto-oggetto, maschio-femmina, cultura-natura, ragione-sentimenti... dove il primo dei due termini ha maggior valore.
La differenza sessuale perciò nella storia umana non ha prodotto dialogo e conoscenza reciproca, ma dominio degli uomini sulle donne. Si è instaurato un ordine patriarcale che ha generato non solo discriminazione e violenza, ma ha messo al mondo due figure opposte e deformate, entrambe false: l’“uomo superiore” e la “donna inferiore”. Ha tolto a ciascuno/a la verità sulla propria differenza sessuale, ma anche quella libertà che solo su una conoscenza reale di sé e dell’altra può essere costruita.

Questo dualismo oppositivo risulta particolarmente evidente nel rapporto dell’uomo con la natura che è stata da sempre studiata, conosciuta in quanto oggetto da conquistare, sfruttare, dominare.
Ma è possibile un altro modo di conoscere che non sia per opposizione/appropriazione?
Negli studi che, a partire dagli anni ottanta, analizzano il rapporto tra donne e scienza mi ha colpito la figura di Barbara Mc Clintock, biologa molecolare, che nel suo lavoro di ricerca ha mostrato un altro modo di conoscere, una conoscenza per interconnessione, in un rapporto cioè soggetto-soggetto. Con un atteggiamento da scienziata anticonvenzionale affermava che occorre “lasciare che la materia ti parli” e racconta che, mentre osservava al microscopio i cromosomi: “Io non ero più al di fuori, ma mi trovavo lì con loro, ero parte del sistema. [...] Mi sentivo proprio come se fossi lì, e loro fossero i miei amici”. Attraverso lo studio della pianta del mais vista come soggetto parlante, le divennero visibili le componenti interne dei cromosomi e in questo modo scoprì la complessità della cellula che per la maggior parte dei biologi del suo tempo era un meccanismo chimico relativamente semplice. La sua ricerca produsse la visione di un DNA in delicata interazione/interconnessione con l’ambiente cellulare.

Torno brevemente al pensiero binario su cui si fonda la nostra cultura occidentale.
Nel 1600 il filosofo e matematico Cartesio col suo cogito ergo sum affermava che è il pensare la qualità che dà sostanza all’umano: io sono in quanto penso. E i sentimenti? E l’amore, il dolore, l’odio, la paura, il desiderio... può l’essere umano ridotto al solo pensiero? Nel secolo dei lumi, in piena esaltazione della dea Ragione, Goya eseguiva una bellissima incisione che si poteva ammirare recentemente a Siena in una mostra su arte e inconscio: “Il sonno della ragione genera mostri”. Ma cosa succede in presenza del sonno di sentimenti positivi quali l’affetto, l’amore, l’empatia…? Accadono orrori e la Storia ce lo insegna da sempre. Ho da poco finito di leggere il libro di Jonathan Littel “Le benevole” in cui un ex nazista racconta la sua esperienza. Azzerare i sentimenti era condizione indispensabile per poter commettere crimini efferati, ubbidire agli ordini senza sensi di colpa. A chi annientava gli Ebrei, a chi sparava ai bambini e alle donne incinte era espressamente vietato provare pietà, empatia, non era consentito manifestare orrore di fronte all’orrore, né si poteva vomitare, altrimenti si veniva uccisi come traditori.
Nella logica contrappositiva propria del pensiero binario c’è sempre il rischio che l’altro/a diventi il nemico da annientare e la pace solo momentanea assenza di guerra.



PACE E INTERIORITÀ

La pace, come la democrazia, non è un dato naturale, ma difficile punto di arrivo di una pratica individuale e collettiva che attraversi rapporti interpersonali (famiglia compresa), società, politica. Una cultura di pace va costruita attraverso pratiche di pace in tutti gli ambiti delle relazioni umane e non può che essere intersessuale, interculturale, interreligiosa, universale, basata cioè sul rispetto reciproco di ogni essere umano nella sua differenza e interezza di corpo-mente-sentimenti. Soggetti capaci di interagire, comprendersi, costruire insieme.
Dopo l’11 settembre alcune voci autorevoli si sono levate per denunciare una diffusa incultura dei sentimenti quale causa prima delle tendenze distruttive dell’uomo. Già verso la fine del ‘700 il poeta tedesco Novalis avvertiva: “il cammino misterioso della conoscenza va verso l’interno”.
Rita Levi Montalcini parla di una parte arcaica del nostro cervello che non si è evoluta, quella che riguarda le emozioni, per cui esiste un enorme divario tra le capacità cognitive dell’uomo e quelle emotive: ”le prime lo hanno investito di un potere quasi assoluto di controllo del globo terrestre, mentre le seconde sono rimaste al livello di quelle dell’uomo preistorico”. E se lo dice lei...!
Eppure il peso delle emozioni è notevole nei processi di apprendimento: un forte dolore o disagio psichico può interrompere l’interesse per la conoscenza e l’interazione col mondo esterno, fino al rifiuto per la vita. Esistono, lo saprete senz’altro, studi che dimostrano importanti correlazioni tra le emozioni e il sistema nervoso, in particolare il sistema immunitario. La terapia del sorriso, la clownterapia è sempre più utilizzata per alleviare la sofferenza e/o arrivare alla guarigione. Lo psichiatra Eugenio Borgna in una intervista apparsa di recente su un quotidiano sostiene che siamo portati a rimuovere i problemi che nascono nell’interiorità e parla di analfabetismo affettivo/emozionale riferendosi soprattutto ai giovani di oggi. È invece necessario sin dall’adolescenza –e la scuola dovrebbe avere un ruolo determinante– imparare a comprendere le ragioni che stanno dentro la profonda interiorità di ciascuna/o e che restano oscure perfino a noi stessi, per poterle poi indirizzare verso progetti di vita che escludano la violenza e la guerra come soluzioni possibili dei conflitti.
Mi soffermerò solo brevemente sull’amore, che tanto spazio occupa nel nostro scenario interiore e che porta con sé un notevole carico di ambiguità e fraintendimenti.



L’AMORE

Nell’impianto binario di soggetto/oggetto, uomo/donna, di cui ho parlato prima, che fine ha fatto l’amore?
Aristotele sostiene che la città si fonda sulla famiglia dove la donna è sottomessa all’uomo (ricordo che in Italia solo nel 1975 è stato approvato il nuovo diritto di famiglia, basato sulla pari dignità dei coniugi). Hegel definisce l’uomo e la donna come opposti e non differenti. Mentre la donna nella sua singolarità non ha diritto all’amore, neanche all’amore per sé, ma deve sacrificarsi per l’alto compito della procreazione e deve scomparire come soggetto di desiderio per accogliere il desiderio dell’uomo, questi può dedicarsi all’amore, ma solo come regressione nell’immediatezza della natura rispetto al lavoro universale della cultura e della costruzione del sapere, che lui fa altrove. Sono solo alcuni esempi di un pensiero che per millenni e senza eccezioni ha segnato la vita di donne e uomini. Per questo la filosofa Luce Irigaray afferma, sconsolata, che noi non conosciamo ancora la salvezza individuale e collettiva di cui l’amore è portatore. Forse per questo il sentimento d’amore porta con sé, indissolubile, il sogno d’amore, l’amore sognato, col quale spesso viene confuso e che ritroviamo nell’innamoramento, cantato da sempre nella letteratura, nelle canzoni, nelle fiabe...
Si sogna in primo luogo ciò che si desidera. Denis de Rougemont nel suo “L’amore e l’occidente” del 1938 analizza la rappresentazione della passione amorosa presente nella letteratura europea e parte da una riflessione sul sistema di dominio degli uomini sulle donne che secondo lui rende impossibile vivere realmente l’amore ed è la prima radice del totalitarismo. L’amore cortese, sostiene, non è amore per un’altra persona, ma per l’amore stesso. Non può essere vissuto nella realtà: è l’irrealtà dell’amore e il suo compimento è la morte (Tristano). La donna è solo un pretesto. Amore come assoluto, sciolto dalle dinamiche reali della relazione e dai vincoli della realtà.
La stessa cosa si può dire dell’amore romantico, dove ritroviamo l’esito di una separazione dalla madre che nella nostra cultura non ha avuto spazio di nominazione ed elaborazione adeguati. Un Dalai Lama del ‘600, ad esempio, in una sua poesia chiama l’amata “la donna da cui non nacqui”. Lo stesso Freud afferma che l’amore è nostalgia, nostalgia per la madre. Roland Barthes, nel suo libro “Frammenti di un discorso amoroso” fa continuo, esplicito riferimento al legame con la madre nel parlare dell’esperienza amorosa, tanto da definirla “incesto rinnovato”. E le donne?
Sibilla Aleramo, che con la sua opera e la sua vita è senza dubbio un esempio limpido di libertà femminile, rimane anch’essa nella suggestione del sogno d’amore. Amore come fusione assoluta, al di sopra di ogni differenza: “è il miracolo che di due esseri complementari fa un solo essere armonioso”. Lea Melandri così commenta questo sogno impossibile: “è l’armonia di un intero che faccia dimenticare i destini diversi degli uomini e delle donne”. Il sogno d’amore è l’amore come dismisura, come irrealtà e appartiene sia agli uomini che alle donne, anche se differenti sono le modalità e gli esiti. È sogno di fusione perché ciascuna/o custodisce dentro di sé, oltre l’infanzia, il desiderio di un accoglimento totale, di un amore assoluto che non vuole fare i conti con i limiti che ci impone la realtà, un amore eterno perché posto al di fuori del divenire. Così come lo abbiamo vissuto nelle nostre fantasie infantili nel rapporto primario con la madre. È la pretesa dell’infanzia di avere la madre tutta per sé e di essere tutto per la madre ciò che sta a monte dell’amore sognato, ma anche delle richieste d’amore che facciamo alle persone amate o che crediamo di amare. È l’egoismo infantile di un legame che non sa diventare maturo. Si arriva così al paradosso che si è convinti che più si è gelosi e più si ama, che si possa uccidere per amore, che si violenta per troppo amore (di solito gli uomini). Addirittura ci si uccide per amore (di solito le donne).
Ma cosa c’è dietro questa figura della madre oblativa, realmente vissuta o solo desiderata, immaginata durante la prima infanzia? Una madre idealizzata, sempre pronta a soddisfare ogni tuo bisogno, ogni tuo desiderio? La verità è che la madre è stata troppo a lungo figura muta della Storia, ostaggio del discorso degli uomini: solo da poco –grazie a quante, anche attraverso la pratica dell’autocoscienza e del partire da sé, le hanno restituito parola– si è presa in esame la sua esistenza indipendente, la sua soggettività reale.
Ogni madre, e lo dico anche a partire dalla mia esperienza, subisce una sorta di ricatto quotidiano: nel sentire comune se non sei oblativa non sei una buona madre e il senso di colpa quando non si corrisponde al modello imposto, porta spesso ad essere a disposizione dei figli oltre il periodo in cui questo è necessario. Questo è vero anche oggi che molte più donne si realizzano nel lavoro, seguono propri progetti di vita. Ma c’è dell’altro, ancora non sufficientemente indagato: il primato nella procreazione e quella sensazione esaltante che si vive nella esperienza dei primi anni del rapporto con il figlio e/o la figlia, quando la loro vita è veramente nelle tue mani, produce un forte senso di pienezza e onnipotenza. Per questo è forte la tentazione a prolungare una modalità di rapporto che finisce col fare della cura il surrogato della relazione e ostacolare il processo di autonomia per entrambi. E questa forma specifica di intreccio tra dedizione e potere e di incontro tra due specifici egoismi viene chiamato “amore materno”. Un equivoco, funzionale ad un ordine maschile che ha portato e porta spesso ancora oggi il figlio maschio a ricercare lo stesso tipo di legame in età adulta, dove l’accudimento materiale e affettivo diventa un diritto ovvio e il desiderio dell’altra difficilmente viene riconosciuto, fino ad esiti tragici come il femminicidio di cui la cronaca quasi quotidiana ci racconta.
Ma nel complesso processo di individuazione che ciascuna/o fa in relazione agli altri, l’uscita dalla dipendenza, la separazione, a cominciare dal forte legame con la madre, può avvenire solo nel riconoscimento pieno dell’altra/o, della sua autonoma singolarità e libertà, del suo divenire. L’amore per sé e l’amore per l’altra/o devono perciò poter stare sempre in tensione dinamica. È in questo equilibrio così complicato che l’amore, qualsiasi tipo di legame d’amore, può dispiegare tutta la sua potenzialità positiva, quella di cui parla la Irigaray. In questo senso, si può affermare che solo madri –reali o simboliche– libere e riconosciute pienamente nel loro valore culturale, sociale e politico, possono dare libertà, forza alla figlia per sconfiggere dentro e fuori di sé gli stereotipi del femminile patriarcale e al figlio la difficile libertà di uscire da un virilismo a rischio continuo di sessismo, razzismo, totalitarismo, guerre.
Sono innanzitutto donne libere, del passato e del presente, i loro saperi e le loro pratiche, quelle che stanno aiutando oggi gli uomini (ancora pochi) ad assumere come valori anche la tenerezza e l’accudimento.
Questo comincia ad accadere.
Da qui, e solo da qui secondo me, si potranno costruire radici solide per una autentica, duratura pratica di pace.

Rosanna Marcodoppido


* Intervento fatto al Convegno “LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA E DELLA PACE”
* Ferrara, 27 e 28 febbraio 2009

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