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Le regole sono amiche delle donne

Source: bombacarta.comLe recenti elezioni regionali forse passeranno alla storia, tra le centinaia allestite in Italia da 65 anni, come quelle che batteranno ogni record in fatto di disprezzo della legalità e di mortificazione della democrazia. Dico “forse” perché, ahimè, la storia non è ciò che accade, ma ciò che rimane.

L’incrocio di alcuni pensieri con la “vicenda regionale” non è affatto casuale.

Il peggio di questo disprezzo della legalità al quale tutti abbiamo partecipato, perché ognuno per la propria parte gli ha dato esistenza, consiste nel fatto che non tutti ne siamo consapevoli. Oggi, nel gioco delle parti, non c’è più chi chiaramente impone e chi chiaramente subisce. Non siamo più ai tempi dell’ancien régime, quello stato delle cose che abbiamo studiato nei libri di storia.

I tempi attuali sono molto più complicati e perversi. Siamo un Paese infante di democrazia a molti livelli. In 65 anni, non ci siamo fatti mancare nulla: le donne hanno ottenuto il diritto di votare ed essere votate, e molte altre battaglie di civiltà hanno avuto esito positivo; ma siamo anche il Paese dei golpe sfiorati, delle stragi impunite, della corruzione dilagante, dello sfascio del territorio, delle piccole e grandi mafiosità. Siamo infine un popolo fatto di maestri nell’arte delle liti da condominio e dei processi interminabili, che sono tali non solo perché mancano mezzi e personale nei Tribunali, o perché qualcuno utilizza il garantismo di alcune norme per scopi in aperto contrasto con il perseguimento della giustizia.

Siamo un Paese che vive senza regole e con troppa burocrazia, due cose che convivono alla grande, producendo effetti vari. Per fare qualunque cosa, che sia un passaggio di proprietà come l’apertura di un pub, si allungano i tempi a dismisura in un percorso ad ostacoli buono solo a creare nuovi posti di lavoro di cui si farebbe volentieri a meno: gli esperti del burocratese. Da molti, i tanti balzelli che periodicamente vengono sfornati sono vissuti né più né meno come accessori di vecchie gabelle rivestite a nuovo dal sempiterno governo ladro, qualunque governo.

L’effetto più diffuso è un disamore generalizzato per le regole, qualunque regola. Anche quelle minime, anche quelle giuste. Una forte complicità la gioca il fatto che le regole “buone” per uno strano sghiribizzo del destino sono anche le più difficili da applicare e ad essere rispettate.
Infine, sul piano culturale, siamo un Paese che manda ogni giorno in malora anche le regole non scritte del bon ton. Gli amanti motu proprio del senso civico sono mosche bianche. Anzi, il più delle volte vengono guardati dagli altri come i fessi del villaggio.

Il comportamento della classe politica italiana ha dato un grosso incentivo a questo sfascio, incarnando spesso per prima il disprezzo della legalità, producendo condoni e leggine ad hoc, ora per questo ora per quello, e ancora burocrazia su burocrazia, l’unico vero governo dell’esistente mai costretto a dimettersi. L’attuale conflitto d’interessi di cui tanto si parla e si sparla non è che la punta dell’iceberg di qualcosa di molto più profondo, incuneatosi nel tessuto sociale come l’acqua in fessure carsiche.

Dovremmo fare tutti uno sforzo per capire che occorre liberarsi dalla burocrazia e riprendere contatto con le regole, quelle vere, quelle con la erre maiuscola, incluse quelle che ancora non abbiamo sulla carta. Nel nostro sguardo troppo spesso e troppo male indirizzato oltralpe, dovremmo prendere esempio da quelle democrazie anglosassoni che di regole scritte non ne hanno affatto per molte cose, o ne hanno pochissime. Ma per questo, dicono alcuni, occorrono altri secoli. I più catastrofici ipotizzano addirittura la necessità di passare dal guado di altre guerre, non necessariamente come le ultime due, o di altre dittature, non necessariamente come l’ultima.

Certamente, occorre una rivoluzione culturale, a partire dai comportamenti di ogni giorno.
Le rivoluzioni non sono solo quelle col bazooka. Le femministe lo hanno dimostrato.
Una regola che possiamo cominciare ad inserire nel nostro agire politico è quella di chiedere il rispetto delle regole, non parlo solo di quelle grandi, di quelle base, insomma di quelle costituzionali, per intenderci.
Chiedere il rispetto delle regole non è cosa semplice. Ne sanno qualcosa coloro che strenuamente, prima di questo ennesimo voto illegale, ne hanno chiesto l’applicazione durante la presentazione delle liste, e ancor prima durante la raccolta di firme che una legge statale richiede come necessaria per la presentazione. Non mi riferisco tanto alla “vicenda Lazio” di cui sono stati pieni e male i telegiornali e che all’utente medio è arrivata come l’ennesima baruffa tra schieramenti, con l’ennesimo coinvolgimento della magistratura che, sempre secondo alcuni, è stata partigiana.
No. Non mi riferisco tanto a quello. Pochi sanno che, a ridosso di queste elezioni, alcune regioni italiane di differente colore politico hanno proceduto alla modifica delle regole previste per le stesse elezioni. Tutto questo, in perfetta sintonia con una prassi inaugurata dal Parlamento italiano nel 2005 con la legge varata per le successive elezioni di Camera e Senato nel 2006, chiamata “porcata” dal suo stesso estensore. Tutto questo, in perfetto disprezzo di una dichiarazione del Consiglio d’Europa del 2004, sottoscritta anche dalla rappresentanza italiana, che raccomanda il rispetto di una regola base e cioè che "gli elementi fondamentali del diritto elettorale non devono poter essere modificati nell'anno che precede le elezioni".

Ricordo che durante quella campagna elettorale nel 2006, chi aveva votato contro quella legge del 2005 dichiarò, più o meno: “quando saremo al Governo noi, la modificheremo…!” Sembra quasi preistoria. Chi ricorda come è andata, poi? Nel 2008, caduto un Governo, altre elezioni e stesso copione. Nel 2010, ancora peggio.

La legge è uguale per tutti. Forse.
Intanto, potremmo cominciare col dire qualcosa che ci riguarda un po’ tutti.
Perché ha a che fare con quel cambiamento culturale che dovremmo compiere tutti.
Dovremmo farlo veramente tutti, prima di strepitare contro il regime, prima di arroccarci su di un qualche aventino (la storia si limita a registrare, non dice se chi ha inaugurato detta prassi fece cosa buona e giusta), prima di dare la stura ad un altro dei primati italici quale è la lamentazione qualunquista, anche prima di decidere di tirarsi fuori dallo schifo scegliendo la nobile arte dell’astensione, atteggiamento quest’ultimo che se ad alcuni può dare l’idea di salvarsi la coscienza, nella realtà è solo una delle tante facce di quel disprezzo dei diritti e della democrazia che, decenni fa, Qualcuno ha conquistato per tutti noi a caro prezzo.

Prima di tutto questo, cominciamo col dire che se la legge è uguale per tutti, non tutti ne chiedono l’applicazione. Anzi, accade sovente altro. Complice l’assuefazione alla burocrazia di cui sopra, siamo tutti divenuti maestri chi più chi meno in un’altra arte italica: l’aggiramento delle regole.
E questo vale sia per regolette fastidiose, sia ahimè per principi sacrosanti. Il comportamento è dilagante. Vale nella fila alla posta, come in un concorso pubblico. Vale davanti ad un semaforo rosso, ad un tondello al cinema se in giro non c’è il signore che stacca il biglietto, come davanti ad un ufficio elettorale, per citare l’esempio iniziale. Vale per controllori e per controllati, indipendentemente dal fatto che spesso i primi, in virtù di meccanismi di cui si perdono le tracce nel burocratese, sono nominati dai secondi.
La cosa ancora più assurda è che spesso questo comportamento viene posto in essere da chi ha pieno diritto all’applicazione di quella regola, senza bisogno di ricorrere a sotterfugi o altro. Tutti, nessuno escluso, abbiamo avuto a che fare prima o poi con normative nemiche dei nostri diritti.

II

È ora di finirla. E la prima cosa da fare è un grande esame di coscienza collettivo. Altrimenti, con quale credibilità si va a dare consigli o chiedere giustizia, o addirittura additare le magagne altrui? Partire da sé. L’ho imparato dalla politica delle donne.

A questo proposito, voglio usare per la prima volta da quando scrivo in questi anni, il termine “donne” in senso complessivo. Normalmente, non generalizzo quando parlo di donne. Ma c’è un dato che accomuna la presidente di Confindustria e l’ultima barbona nella stazione Termini: appartengono entrambe ad un soggetto collettivo obiettivamente entrato dopo altri nella storia, la storia fatta di potere e fatta di diritti. Entrare dopo altri vuol dire anche imbattersi in regole stabilite prima da altri. Nel nostro caso, sopratutto regole non scritte. In una parola: regole culturali.

Cosa comporta tutto questo, per una donna?
O meglio, sempre per restare in tema, per una donna che vive nel nostro Paese?
Molto spesso, quella donna si arrangia come può, davanti a quelle regole.
Le donne, va detto, si sono sempre dovute arrangiare. Lo hanno dovuto fare proprio perché escluse da poteri e diritti, per secoli. Spesso per sopravvivere. O almeno, per vivere meglio una condizione che le vedeva oggetto, ma non soggetto di diritti. Le donne erano, come schiavi e minori, sottoposte a tutela. E se la storia ha eliminato per loro l’istituto della tutela nel campo dei diritti civili, la stessa storia ritorna con un uso equivoco del termine “tutela” verso le donne.

Donne che, peraltro, hanno sempre avuto un cervello e qualche volta lo hanno anche usato, per quello che era possibile fare. Spesso per arrangiarsi, appunto. Hanno affinato un’arte che, se non ha avuto i crismi della sapienza, si è comunque trasmessa e perfezionata nel tempo. Questa attitudine è rimasta addosso a molte. Insomma, un altro fatto culturale talmente diffuso da essere visto come connaturato al femminile. Ci sono esempi illustri nella storia e tantissimi altri meno illustri nelle storie di tutte noi. Qualcuno anche cruento: se una donna non poteva liberarsi “civilmente” di un uomo sgradito, che fosse un marito qualunque o un erede al trono, lo faceva fuori, spesso con armi occulte quali il veleno, di cui si sono scritte quintalate di cose “al femminile”. Per altri esempi, non occorre citare la storia antica: basta ricordare un film abbastanza famoso e molto più recente: Divorzio all’italiana. Infine, un altro esempio al femminile, antico e allo stesso tempo recente: se una donna restava incinta e non voleva quella maternità, oppure era costretta a non volere quella maternità –sorvoliamo sulle regole vere e proprie, limitiamoci a quelle culturali dell’onore– non le restava che l’aborto clandestino, nella vergogna, nel dolore e spesso nella morte.

Se ne potrebbero fare mille altri di esempi.
Quel che vale ora è sapere che erano tutti “modi di arrangiarsi” per fare i conti con regole che altri avevano stabilito per quella donna, senza il suo contributo, né preventivo né successivo. Le donne non hanno mai prodotto regole in proprio per secoli e secoli. L’unico significato “appartenuto” ad una donna, almeno nella lingua italiana, per la parola “regole” ha a che fare con i cicli della sua fisiologia: chi sa chi l’ha inventata, un genio senza dubbio.

Ed oggi, che le regole ci sono? Che la legge è uguale per tutti? Cosa fanno le donne? A volte, più e peggio di altri? Spesso e volentieri continuano ad aggirare le regole, anche in virtù del fatto che, a torto o a ragione, continuano a percepirsi estranee alla loro produzione.
Lo fanno sì, con buona pace delle fandonie che sento raccontare sulla presunta integrità femminile in forza di una “estraneità” altrettanto presunta, o anche solo passata remota o passata recente, al mondo del potere. Quante volte ho sentito pronunciare questa assurdità, devo dire anche con molta ipocrisia da parte dell’enunciante, nell’ennesimo dibattito sulla necessità delle donne in politica!

Esistono corollari fantastici a questa fandonia. Qualcuno l’ho visto praticare nella politica delle donne, tutte le volte che spuntava fuori il “volemose bene” al posto delle regole, ogni volta che mi sono sentita dire “ma, tanto… tra noi donne!”.
Fandonie su fandonie che non hanno impedito, anzi! lo scorrere di fiumi di veleni e risentimenti, il perpetrarsi di attacchi proditori e molto altro ancora, tutto perché non si ha la capacità di confrontarsi e misurarsi –nel senso proprio di darsi una misura– con le regole.
Dulcis in fundo, anche nella politica delle donne ho visto agire un frequente paradosso, che però è in linea con quanto scrivevo prima a proposito del fatto che il disprezzo di regole e principi convive con un deplorevole atteggiamento burocratese: spesso, nelle mani di chi fino a pochi secondi prima aveva incarnato lo spregio dei principi ho visto sventolare copie di regolamenti, per mascherare l’incapacità di dire e fare Altro.

Eppure, le regole sono amiche delle donne.
Proprio perché le donne non hanno lo stesso potere di altri, intanto sul piano economico, poi in quello di una qualunque stanza dei bottoni, più di altri hanno bisogno di accedere alle regole, al diritto e ai diritti. E più di altri hanno interesse a chiedere il loro rispetto, sia che si parli di democrazia in senso lato, sia che si tratti di un posto di lavoro.
Questo soggetto collettivo emergente ne ha interesse perché il potere è il potere ed è consolidato in mani differenti per accumulo di storia, denari e parentele, mentre i diritti sono un’altra cosa, direi l’unica a disposizione di chi non ha potere per “poter contare” qualcosa, infine per avere accesso, prima o poi, al potere.

Le donne studiano di più? A quanto pare sì.
Le donne sono più meritevoli? Forse.
Certamente, una donna meritevole ha tutto l’interesse a vedere applicate le regole che tutelano quel suo merito. Direi di più, oltre a quella donna, è la società intera ad averne interesse.
Esempio terra terra: se un’ingegnera ha più titoli e merito per accedere alla direzione tecnica di un ufficio comunale, è interesse dell’intera collettività che non le venga preferito il parente ignorante dell’assessore in carica, perché è tutta la collettività ad avere interesse a vedere fatte come si deve una strada o una fognatura.

Insomma, i “perché” le regole sono amiche delle donne sono veramente tanti.

Ora il punto è: le donne vogliono essere amiche delle regole?

Milena Carone

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