Su temi quali contraccezione, interruzione di gravidanza volontaria, nascita sono tante le questioni salienti. Le stesse relazioni di apertura dei nostri lavori di oggi segnalano, fin dal titolo, una complessità di fronte alla quale si rende necessario continuamente indagare e riflettere.
Oggi vorrei mettere a fuoco, nell'ambito degli argomenti prescelti, il filo conduttore che lega il nostro riflettere con il nostro agire e che talvolta riesce a smascherare ipocrisie, trappole, mistificazioni. Come sempre quando si tratta di noi e del nostro corpo, la posta in gioco è spesso altra, ci attraversa senza vederci e approda là dove deve arrivare: il consolidamento di un potere che non ci comprende.
DUE FARMACI: PILLOLA DEL GIORNO DOPO E RU486
La cosiddetta pillola del giorno dopo (principio attivo levonorgestrel, da cui il nome del farmaco Norlevo) è un contraccettivo d'emergenza. Se preso entro un margine di tempo che arriva al massimo alle 70 ore da un rapporto a rischio, impedisce un'eventuale gravidanza. Come? Ritardando l'ovulazione se non è ancora avvenuta, bloccando la fecondazione se, a ovulazione già avvenuta, il processo di fecondazione fosse in atto, infine, se la fecondazione è avvenuta, impedendo che l'ovulo fecondato si annidi nell'utero e inizi una gravidanza, agendo dunque, chimicamente, come agisce la spirale.
Per questo suo funzionamento complessivo è considerata dagli organismi mondiali di sanità un puro e semplice contraccettivo (è bene ricordare, infatti, che la gravidanza ha inizio con l'annidamento dell'ovulo fecondato in utero, o nel caso anomalo di gravidanza extrauterina, fuori di esso) ma, per il suo funzionamento antiannidamento o di contrasto alla fecondazione, è considerata dall'integralismo cosiddetto "pro life"(che conduce analoga battaglia contro la spirale), come un farmaco abortivo.
È in uso da molti anni in tutto il mondo e, come i normali contraccettivi farmacologici ha subito, con gli anni, un miglioramento progressivo circa gli effetti collaterali. Da "bomba ormonale", come era una volta, ora è praticamente innocuo (come lo può essere un farmaco) e solo il suo essere segnale di "disordine contraccettivo", di poco controllo della propria fertilità personale o di coppia, rende sconsigliabile il ricorso frequente al suo utilizzo.
In Italia, direi che diventa altamente sconsigliabile soprattutto per la tortuosità del percorso che deve fare chi ne ha bisogno, a partire dalla necessità della ricetta medica sulla quale molti medici "fanno obiezione". Ad essi si aggiunge anche un certo numero di farmacisti, nonostante l'ordine dei farmacisti nazionale si sia ufficialmente espresso, chiarendo definitivamente che per la suddetta categoria non c'è possibilità di fare obiezione. Ancora di recente il papa ha invitato i farmacisti a non dare farmaci che distruggano la vita.
Negli Stati Uniti e in molti paesi europei (tutti tranne Italia e Spagna) è un farmaco da banco.
La pillola RU486 (principio attivo mifepristone) è invece un farmaco abortivo perchè agisce sulla gravidanza già iniziata.
Scoperta negli Stati Uniti negli anni 80 (RU sono le iniziali della centro di ricerca dove lavoravano gli scopritori e 486 è la parte finale del numero di serie con cui fu indicato il farmaco) è in uso in Francia dal 1988, e a partire dagli anni 90 è entrata in uso in tutta l'Europa, ad eccezione di Polonia e Lituania, oltre che di Irlanda e Malta che non hanno una legge sull'interruzione di gravidanza.
Agisce entro le 7 settimane, quindi più precocemente rispetto al limite delle 12 settimane posto dalla legge 194, ad eccezione degli aborti terapeutici che possono arrivare alla 22esima settimana.In genere viene somministrata in due fasi, una prima somministrazione, un intervallo di alcuni giorni e poi una seconda somministrazione. In Italia, nonostante sia concettualmente prevista dentro la legge 194 (che fa chiaro riferimento a diverse metodiche per interrompere la gravidanza), non è mai stata commercializzata per evidenti veti.
In Italia, dove il veto è stato per anni quasi assoluto, qualche coraggiosa struttura sanitaria, come il Sant'Anna di Torino (il dott. Viale e la sua equipe) aveva aggirato tale insormontabile ostacolo, avviando una "sperimentazione", unico modo per poter utilizzare un farmaco non commercializzato, poco consona, tuttavia, ad un farmaco in uso in tutto il mondo da decenni e che non aveva certo bisogno di essere sperimentato.
Nel 2005 il ministro della sanità Francesco Storace, dopo aver decretato guerra ai Consultori pubblici e alla 194 di cui, tanto per cambiare, voleva verificare la "piena applicazione", inventando protocolli per i quali l'efficienza dei Consultori si doveva misurare degli aborti evitati, interruppe la sperimentazione di Torino e moltiplicò i suoi attacchi ai Consultori, all'aborto facile, alla cultura della morte ecc..
Intanto l'UDI da un anno stava riflettendo su "Generare 0ggi" e, nel novembre del 2005, in un Convegno dal titolo Generare oggi fra precarietà e futuro presentò l'omonima Piattaforma nazionale. Vi furono anche alcune grandi manifestazioni nazionali di donne che difendevano la 194, nelle quali la parola d'ordine di richiesta della RU486 era in primo piano.
La sperimentazione di Torino riprese fra mille difficoltà, ma anche altre Regioni avviarono protocolli sull'uso della RU486, tutti molto faticosi e lenti, tuttavia in grado di aggirare l'ostacolo della non commercializzazione in Italia.
L'Aifa ha nel luglio di quest'anno deciso finalmente per la commercializzazione anche in Italia. Su questa decisione si è ora aperta l'ennesimo tentativo di fermare tutto con la richiesta (già approvata in Senato) di una commissione parlamentare.
QUALI QUESTIONI OGGI ATTORNO A QUESTI DUE FARMACI
La persistenza del problema e il nuovo contesto
Un po' come succede per la legge 194 nel suo complesso. dal momento che non c'è stato anno, da quando è stata approvata nel 1978, in cui non abbia subito attacchi di varia natura, anche contrastare l'introduzione della RU486 e la contraccezione d'emergenza sono e saranno sempre facili scorciatoie per controllare, per ripristinare l'ordine, per stabilire chi viene prima e chi viene dopo.
Per capire però di quale impasto è fatto l'attuale contesto, bisogna soprattutto riferirsi al concetto, alla base di tutta la cultura "pro life" dell'integralismo cattolico e di quello non necessariamente cattolico, ma semplicemente di opportunismo politico, che impronta di se, oggi più ancora di ieri, la questione della cosiddetta "prevenzione dell'aborto". Tale prevenzione, sempre più ed in modo esponenziale, viene impostata come pesante ed esplicita dissuasione, usando parole e materiale informativo di estrema violenza, dove l'embrione è definito "bambino minacciato da aborto". Infine sempre più si tende ad incentivare il proseguimento comunque della gravidanza con l'obbiettivo dell'abbandono alla nascita.
Conseguenza immediata di ciò è la marginalizzazione del concetto di "evitare gravidanze indesiderate", e, di conseguenza, un indebolimento della cultura contraccettiva, cuore della prevenzione dell'aborto, ma soprattutto punto di forza per la libertà sessuale, soprattutto femminile.
Contro la contraccezione
Tale mutazione di significato, portata avanti da questa cultura che sta cercando di prevalere nel paese e, nel concreto, di minare la 194 dall'interno, senza più porsi il problema di seriamente incentivare la contraccezione, fa da volano ad una battaglia contro la cosiddetta "cultura della morte" alla quale viene ascritta anche la cultura contraccettiva.
La difficoltà delle donne a scegliere la maternità è presentata come diretta conseguenza di questa cultura della morte, che pervade le persone, ma anche la società. Non la precarietà di vita delle giovani donne, i mancati sostegni alla maternità, la disparità fra uomini e donne sono indicati come problemi da risolvere, ma il cinismo, il laicismo, le false libertà che invece di rendere felici imprigionano e impediscono alla cultura della vita di esplodere in tutta la sua pienezza, attraverso ovviamente il corpo e la vita delle donne.
Contro la libertà femminile
strong>Di fronte a ciò bisogna che sappiamo che la posta in gioco non è la difesa del valore della vita, ma è il controllo della vita e del corpo delle donne, una diminuzione drastica della libertà femminile, un condizionamento generale della cultura alfine di ripristinare una situazione più adatta all'esercizio del potere maschile, e perciò stesso politicamente reazionario e restauratore.
Bene facciamo a mantenere l'autodeterminazione, la scelta informata e "il valore sociale della maternità" come punto irrinunciabile della questione "generare oggi fra precarietà e futuro".
Deliberate confusioni fra pillola del giorno dopo e RU486
Di quanto detto prima è prova la confusione dovuta ad ignoranza, ma il più delle volte fomentata e voluta, fra la pillola del giorno dopo e la RU486.
Si confonde, il più delle volte ad arte, per voler far credere che si vuole la pillola abortiva liberamente venduta in farmacia, senza ricetta, per l'aborto fai da te ecc. .
Basta leggere il recente dibattito sulla stampa, seguito all'accorato appello del papa ai farmacisti perchè non diano farmaci che portano morte, per capire che in realtà non c'è nessuna confusione: dichiarano infatti che pillola del giorno dopo e RU486 sono uguali perchè entrambe abortive, perchè la vita incomincia fin dal concepimento.
Demedicalizzazione
Allora se l'ignoranza è di pochi e la malafede di tanti, continuiamo pure nei nostri comunicati e documenti a pretendere chiarezza di linguaggio e di significato, ma spieghiamoci ancora meglio riprendendo e rilanciando la proposta di demedicalizzare la pillola del giorno dopo. Questa proposta vale mille discorsi. Togliamo il divertimento di far girare le donne da un pronto soccorso all'altro, diamo forza alla 194 che dice di promuovere la contraccezione e facilitiamo la prevenzione delle gravidanze indesiderate, cioè dell'aborto.
Perchè questo ritardo?
Sulla RU486 ho già detto più volte in varie occasioni che il problema è proprio il ritardo con cui è arrivata, ed ancora non è detta l'ultima parola, anche in Italia.
La novità è il pronunciamento di Luglio dell'Agenzia italiana del farmaco che consente la commercializzazione anche nel nostro paese e la riaffermazione di questi giorni, sempre da parte dell'Agenzia che può partire la commercializzazione senza aspettare l'esito della commissione parlamentare. Questo pronunciamento dell'AIFA (la cosa più coraggiosa fatta e detta negli ultimi anni su questo tema) è efficace come lo sarebbe togliere l'obbligo di ricetta dalla pillola del giorno dopo: si interviene finalmente nel cuore del problema. Perchè da questo momento l'uso della RU486 diventa normale.
Infatti per evitare ancora un po' questa normalizzazione è stata richiesta l'indagine parlamentare.
Richiamo l'attenzione sulle gravi parole della sottosegretaria Roccella che intervistata da alcuni giornali a questo proposito, all'obiezione che la compatibilità della RU486 con la legge 194 non è un fatto politico su cui il parlamento è competente, ma un fatto tecnico, ha fatto dichiarazioni nelle quali, in sintesi, si afferma che essendo la RU486, in Italia come in Europa, voluta dalla sinistra estrema e dai radicali, è un fatto politico e come tale va trattata.
Ora sappiamo con certezza che la nostra salute è un fatto politico.
Rovesciamo le questioni e chiediamo conto
È di pochi giorni fa una nuova parola d'ordine episcopale, già ripresa dai movimenti pro life: la RU486 è inaccettabile perchè non è un farmaco che cura, ma è un farmaco che "avvelena un bambino", dunque, al di là di ogni altra considerazione non ha la dignità di farmaco ed è, più o meno, il male assoluto. Inoltre, si legge nelle dichiarazioni, aggirerebbe l'obiezione di coscienza che invece, e ciò è detto con grande soddisfazione, è crescente fra il personale medico.
Questa è infatti la posta in gioco: la RU486, toglie o almeno attenua il peso determinante, sulla possibilità di applicare la legge 194, dell'obiezione di coscienza, che noi abbiamo incominciato a chiamare "astensione facoltativa da prestazione di lavoro" e che funziona come vero cavallo di Troia posto all'interno della legge per disinnescarla.
L'adozione dell'aborto medico, infatti, non necessitando di sale operatorie, di anestesisti, di infermieri, riduce le figure che possono obiettare. Toglie la paura della sala operatoria che alcune donne hanno e, dando la possibilità di scelta, rende più accettabile, fisicamente, l'intervento che, in ogni caso, è meno invasivo (probabilmente questa è la temuta "banalizzazione dell'aborto"). Abbreviando i tempi, (entro il secondo mese e non il terzo), diminuisce il problema di far avanzare una gravidanza che si è deciso di interrompere, toglie tempo per subire tutte le pressioni necessarie e vanifica gli sforzi per presentare l'abbandono alla nascita come una valida alternativa all'interruzione di gravidanza.
Il messaggio è: abortirai con tutte le difficoltà,dolore e paura possibili.
Oggi, a parole, l'attacco è sul funzionamento della RU486 che si dice non essere compatibile con la legge 194, che lascia sola la donna e che banalizza l'aborto. In realtà il vero ostacolo è che la RU486 può essere, allo stato delle cose, l'unico argine all'uso militante e di comodo dell'obiezione di coscienza.
Il nostro margine d'azione può essere certamente quello di rispondere al problema del funzionamento, della solitudine della donna e anche della banalizzazione, gli argomenti non ci mancano, soprattutto perchè, come sempre, sosteniamo la possibilità di scelta, e non questa o quella metodica, ma credo che con parole ed azioni, dobbiamo incominciare seriamente a rovesciare il problema.
Perchè solo ora in Italia? quali inadempienze e ritardi ancora si profilano?, quale è il problema dell'obiezione, questa sì facile e "fai da te" (e di ciò oggi si occuperanno precisamente altre relazioni). Queste sono le domande che dobbiamo fare e che faremo, mettendo chi ha responsabilità sotto accusa, magari anche davanti ad organismi europei o internazionali.
PARTO IN ANESTESIA EPIDURALE E PARTO FISIOLOGICO
Anche qui i distinguo, le cose da puntualizzare, smascherare o anche solo meglio definire sarebbero moltissime. Anche di questo abbiamo parlato e ancora parleremo nelle nostre riflessioni a tutto campo che riguardano il nostro corpo e la nostra integrità. Certo, rispetto ai temi precedentemente svolti, dobbiamo riconoscere che l'assenza di una posizione precisa delle gerarchie ecclesiastiche su come partorire ci è di grande aiuto. Il giorno in cui qualcuno deciderà che anche questo è un problema morale, di diritto naturale e magari anche politico, ci troveremo davanti insospettabili difficoltà.
Ricordiamoci, tuttavia, che sull'assistenza alla nascita, ci confrontiamo con un sapere e potere medico spesso ancora arroccato, che ha bisogno, per esercitarsi fino in fondo, di espropriare la donna del proprio saper fare, in questo caso saper partorire.
Partorire "con cittadinanza"
Come far nascere ci riguarda, perchè non solo ha strettamente a che fare con la nostra salute, come si diceva prima, ma è direttamente collegato al grado di cittadinanza che noi riusciamo ad esercitare in questa nostra società.
Non dimentichiamo che le prime battaglie "femministe", quelle del partire da se, furono proprio le battaglie nelle cliniche per partorire meglio e per arginare il maschilismo di una classe medica che arrivava perfino ad offenderci in sala parto.
Non dimentichiamo il ruolo fondamentale delle donne dell' UDI nella regione Lombardia nel 1987, per ottenere la prima legge di assistenza alla gravidanza e al parto che diversificava i luoghi del parto e introduceva protocolli innovativi.
Nelle nostre valutazioni dell'oggi, dopo che abbiamo detto "50E50 ovunque si decide e "Stop al femminicidio" , dobbiamo poter partorire da cittadine nel pieno dei nostri diritti, non espropriate della libertà di scelta, e ascrivere a queste nuove esigenze di piena cittadinanza e di rifiuto della violenza contro la donne, anche le scelte legislative e gli investimenti che si fanno a riguardo.
Sulla questione del parto in anestesia e del parto fisiologico non credo possiamo dividerci in chiese o sette dell'uno o dell'altro fronte. Vale però la pena fare alcune riflessioni di partenza.
Quando non intervengono problemi, in genere evidenziabili fin dalla gravidanza, tutti i parti sono fisiologici fino a prova contraria, nel senso che partorire non è una malattia. La medicalizzazione del parto tende invece a trattare il parto come se fosse tale. Non c'è tempo qui per le analisi nel merito di come ormai tutti i protocolli di assistenza alla gravidanza e al parto poco o per nulla medicalizzati, non solo non aumentano i rischi del parto, ma li riducono. Dunque alla giusta richiesta di sicurezza che ormai fa parte delle nostre vite, nelle quali non vi è più posto per rischi, soprattutto se di questo tipo, l'assistenza alla gravidanza e al parto di tipo fisiologico, il parto a domicilio, secondo i protocolli vigenti, o nelle case di maternità, la dove ci sono, rispondono perfettamente, statisticamente meglio rispetto all'assistenza più medicalizzata.
Parto in anestesia epidurale e problema del dolore
Dunque se tutti i parti, quelli fisiologici e quelli con complicazioni, debbono comunque rispecchiare la centralità della donna e del bambino/a che nasce, il loro protagonismo che deve improntare di se tutta l'assistenza, la questione del parto in anestesia epidurale richiede qualche riflessione in più.
Nelle nostre valutazioni dell'oggi, dopo che abbiamo detto "50E50 ovunque si decide e "Stop al femminicidio" , dobbiamo poter partorire da cittadine nel pieno dei nostri diritti, non espropriate della libertà di scelta, e ascrivere a queste nuove esigenze di piena cittadinanza e di rifiuto della violenza contro la donne, anche le scelte legislative e gli investimenti che si fanno a riguardo.
Sulla questione del parto in anestesia e del parto fisiologico non credo possiamo dividerci in chiese o sette dell'uno o dell'altro fronte. Vale però la pena fare alcune riflessioni di partenza.
Quando non intervengono problemi, in genere evidenziabili fin dalla gravidanza, tutti i parti sono fisiologici fino a prova contraria, nel senso che partorire non è una malattia. La medicalizzazione del parto tende invece a trattare il parto come se fosse tale. Non c'è tempo qui per le analisi nel merito di come ormai tutti i protocolli di assistenza alla gravidanza e al parto poco o per nulla medicalizzati, non solo non aumentano i rischi del parto, ma li riducono. Dunque alla giusta richiesta di sicurezza che ormai fa parte delle nostre vite, nelle quali non vi è più posto per rischi, soprattutto se di questo tipo, l'assistenza alla gravidanza e al parto di tipo fisiologico, il parto a domicilio, secondo i protocolli vigenti, o nelle case di maternità, la dove ci sono, rispondono perfettamente, statisticamente meglio rispetto all'assistenza più medicalizzata.
Parto in anestesia epidurale e problema del dolore
Dunque se tutti i parti, quelli fisiologici e quelli con complicazioni, debbono comunque rispecchiare la centralità della donna e del bambino/a che nasce, il loro protagonismo che deve improntare di se tutta l'assistenza, la questione del parto in anestesia epidurale richiede qualche riflessione in più.
Non possiamo che ribadire il principio della scelta informata, della corretta informazione, del protagonismo e del rafforzamento del saper fare femminile. Ma perchè vi sia scelta, oltre che informata, non si può affrontare il problema del dolore solo con una risposta medica, mettendo dunque a confronto l'anestesia e il nulla.
strong>Affrontare in modo diverso il problema del dolore è sostanzialmente incompatibile con l'organizzazione dei reparti ospedalieri così come sono.
Non è accettabile che si mistifichi al punto di fare campagne patinate e vera disinformazione, presentando il parto in anestesia epidurale come parto naturale, fisiologico (quando invece è fortemente medicalizzato con controindicazioni controverse, ma con un sicuro aumento degli interventi strumentali per estrarre il bambino, e forse di episiotomie), facendo al contempo passare sui media e nell'informazione sui servizi che il parto a domicilio è complesso, difficile, e forse un tantino pericoloso.
Sappiamo che qualche donna, senza averne alcuna necessità chiede fino ad ottenerlo, il parto cesareo, al fine di evitare il dolore, aumentando di fatto rischi e controindicazioni.
Questo non ce lo possiamo nascondere e non è compito nostro censurare tali comportamenti, certamente però essi ci sembrano anche conseguenza del non voler affrontare se non in modo medico-chirurgico il controllo del dolore.
Sulla epidurale (totale, parziale, con mantenimento della sensibilità, con annullamento della sensibilità) siamo però abbastanza informate per sapere che il dolore del parto non è assimilabile ad un dolore da eliminare come il mal di testa. Infatti il dolore è funzionale al parto ed eliminarlo significa modificare il parto e togliere un elemento di controllo del suo andamento; ancora una volta costringendo la donna ad affidarsi a terzi che le dicono a che punto è e che cosa deve fare.
Che fare?
La sanità è regionale, qualche regione si dota di leggi più attente alla scelte, qualche altra no, ma certi diritti delle donne devono essere già contenuti nei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA).
Allora chiediamo una legge nazionale più attuale, che si basi sui principi della scelta informata e della differenziazione dei luoghi dove partorire, di modo che le leggi regionali abbiano un quadro di riferimento nazionale che sempre più si agganci al principio della titolarità femminile sulla nascita.