La medicalizzazione della maternità a partire dalla riflessione filosofica di Barbara Duden: come la medicina occupa il corpo femminile e induce la donna a vivere se stessa come ecosistema del feto.
Molto spesso quando si affrontano i temi che hanno a che fare con l’autodeterminazione femminile ci troviamo a partecipare a discussioni in cui sembra che le premesse stesse di certe argomentazioni dovrebbero essere problematizzate. Si discute ad esempio circa l’opportunità di riconoscere il lavoro femminile di cura e riproduzione, ma bisognerebbe anzitutto problematizzare nella sfera pubblica l’attribuzione alla donna di questo ruolo come un fatto scontato. La politica, intendo la politica istituzionale, generalmente non lo fa. Il lavoro delle storiche ci aiuta invece a rendere evidente la contingenza di certi concetti e vissuti che abbiamo imparato a concepire come naturali mentre non lo sono affatto.
Il caso della medicalizzazione della maternità è emblematico di questa situazione per cui si discute di un qualcosa, il feto, che sembra inutile analizzare e che pure non è un oggetto ovvio, la cui la messa in discussione sposterebbe il piano del discorso, aprendo modi diversi di rappresentarci e vivere la maternità.
Per me la lettura degli scritti di Barbara Duden, che è la studiosa a cui mi riferirò nel mio intervento, è stata di grande utilità nel permettermi appunto di provare a porre la questione dell’intervento gestionale maschile sul corpo femminile e dell’interruzione di gravidanza in termini diversi da quelli proposti dai media, dalla politica o dal Vaticano, di spostare cioè il piano della discussione, ridiscutendo le sue premesse.
Quando infatti si affrontano i temi della gravidanza, della sua interruzione in particolare, il discorso in difesa della vita del nascituro, o meglio il discorso in difesa della vita (perché se si facesse riferimento a qualcuno che deve ancora nascere questo discorso sarebbe meno efficace, mentre parlare di vita come un valore assoluto rafforza automaticamente la posizione di quanti la difendono) viene condotto come se l’oggetto vita fosse qualcosa di noto da sempre, un presupposto scontato, come se la classe medica avesse sempre considerato il nascituro come un paziente e da sempre il legislatore cercasse di tutelare la vita prenatale.
In realtà non è così. La stessa parola vita che ora viene usata come un soggetto non è stata per secoli che un attributo dell’essere vivente e viene coniata solo nel XIX secolo; oggi è invece una parola chiave che evoca immediatamente la necessità della difesa di un essere umano.
Il legame fra trattamento gestionale del corpo delle donne da parte della medicina e intervento giuridico e politico sul corpo femminile ha origini piuttosto chiare. Dal momento in cui nella prima metà dell’800 la classe medica cerca di diagnosticare la vitalità fetale in base a dei sintomi che possano essere rilevati solo da un medico, sostituendosi all’esperienza femminile, questa pretesa diagnostica diventa il fondamento per la criminalizzazione dell’aborto e la base perché il corpo femminile diventi oggetto del diritto. “È in questo modo che vita e morte entrano nel campo della competenza burocratica”.
La questione che però vorrei affrontare sulla scorta del lavoro della Duden non è come medicina e diritto abbiano progressivamente esautorato la donna del diritto di decidere del proprio corpo, ma come la medicalizzazione della maternità realizzatasi pienamente nel corso del novecento abbia cambiato l’esperienza femminile della gravidanza, la rappresentazione del proprio corpo, fino al punto in cui la donna stessa arriva a pensarsi come ecosistema di un feto. La questione è quindi quale effetto simbolico abbiano prodotto sulle donne queste procedure mediche e le rappresentazioni su cui si sostengono e che le giustificano.
In primo luogo Barbara Duden si interroga su quali conseguenze abbia il passaggio dall’idea che la donna aspetti un bambino all’idea di feto e poi di vita. Una vita non nata, una vita di cui non sappiamo nulla, che non possiamo vedere se non ricorrendo agli strumenti tecnologici, e che pure ci viene presentata come un concetto ovvio, concreto, il cui valore è incommensurabilmente superiore rispetto a quello di un essere umano che invece esiste già in carne ed ossa, la donna, perché si pone come un valore, come un’istanza superiore.
In secondo luogo si interroga sulla rappresentazione della donna che ne segue, cioè un sistema uterino di approvvigionamento di questo feto.
Attraverso il recupero di una serie immagini che storicamente hanno tentato di rappresentare l’interno della donna incinta la Duden ha scoperto come mentre in passato l’immagine proponeva semplicemente la figura di un bambino, proprio perché si trattava di un non ancora che si poteva immaginare solo come un futuro bambino, gradualmente l’obiettivo è stato quello di penetrare effettivamente nel corpo femminile fino alla rappresentazione del feto proposta nel 1965 dalla rivista Life: qui il feto fluttua tutto solo nello spazio, estrapolato dall’interno della donna, collegato al sistema di approvvigionamento solo dal cordone ombelicale.
Si tratta di un collage fabbricato con dati di misurazione che viene presentato come una realtà fisica e la continua visione di questa immagine crea anche una disponibilità sociale a farsi mostrare la realtà attraverso la ricostruzione operata da uno strumento tecnologico, fino a che quell’immagine diventa più potente della nostra esistenza concreta, qui e ora.
Cito la Duden: “I fatti scientifici sulla nascita e sulla procreazione si condensano nei mass media fino a diventare astrazioni su cui la donna non ha alcun controllo. Il feto pubblico diventa un’immagine che si accattiva la simpatia della gente e il consenso generale riguardo all’intervento gestionale sulle donne”.
Così quando un medico, un attivista o un politico discutono del “feto pubblico” l’argomento del dibattito non è la vita di una donna, ma questa condizione astratta, che ormai tutti hanno presente senza bisogno di interrogare colei che sola ne ha esperienza diretta. E’ una forma di espropriazione dell’esperienza del corpo femminile e del suo sapere, Duden la chiama decorporeizzazione, prima ancora che della sua volontà.
Allo stesso modo però il feto pubblico diventa anche parte della rappresentazione che la donna ha di se stessa e del proprio stato. Cito di nuovo: “La maternità diventa l’esecuzione responsabile di una riproduzione qualificata, della cura del bambino, del ruolo di madre”.
E così giungiamo alla seconda direzione di ricerca percorsa dalla Duden, in cui si è concentrata espressamente su come sia cambiata l’esperienza della gravidanza per le donne negli ultimi decenni: attraverso la lettura degli appunti di lavoro di un medico vissuto in Germania nel ‘700, la Duden è entrata in contatto con l’esperienza che ne avevano le donne nel passato. Da queste e altre ricerche e ricostruzioni è emerso come fino all’inizio del secolo scorso l’assenza delle mestruazioni venisse percepita dalle donne e anche dagli uomini come uno stato incerto, non necessariamente una gravidanza e solo il primo movimento del bambino, e quindi un’esperienza corporea che riguardava solo la donna, costituiva la prova certa del fatto che questa fosse effettivamente incinta. Così solo la donna poteva affermare di aver assunto un nuovo status e la gravidanza veniva vissuta da quel momento come uno stato di attesa e di speranza, perché anche dopo quel primo movimento nulla poteva garantire che al termine dei 9 mesi la donna avrebbe partorito un bambino.
Confrontando l’esperienza delle donne del passato con la nostra, la Duden ci fa notare come “nessuna donna oggi abbia lo stesso potere di definire la propria condizione attraverso un’affermazione circa il proprio corpo”. Da questo punto di vista sebbene ci sia stata una decisiva presa di parola da parte delle donne con il femminismo, il nostro stato viene dichiarato dall’esterno e questo è una condizione molto significativa che ci orienta volenti o nolenti a farci gestire da altri, proprio perché sin dall’inizio la gravidanza viene vissuta non come un’esperienza corporea, singolare, ma come un dato che ci viene comunicato. “L’esperienza della propria corporeità è mediata dalla tecnica”.
Dal momento in cui veniamo a conoscenza di essere incinte, ormai senza ombra di dubbio, la medicina ci impone prepotentemente di considerarci come l’ambiente di un feto, quindi di decidere della nostra vita in funzione di un non ancora, di sottoporci a tutti gli esami che vengono considerati necessari, ma anche di rappresentarci a noi stesse non più in base alla nostra esperienza corporea, ma come sistema di approvvigionamento del feto, più o meno adeguato sulla base di statistiche e fattori di rischio potenziale.
Non solo: questa espropriazione è accompagnata dall’attribuzione di una paradossale responsabilità. La gestione tecnica della gravidanza implica anche la necessità di prendere delle decisioni riguardo agli esami da affrontare, esami potenzialmente pericolosi per il bambino, anche se le conseguenze non sono in nostro controllo e anche se non disponiamo di valutazioni oggettive della loro necessità. Ci viene detto che è necessario, ma anche che è rischioso, a noi la scelta e la responsabilità di conseguenze che non possiamo controllare.
Questo ci conduce ad un altro aspetto che riguarda le procedure e le tecniche della medicina e su cui molte femministe si sono già espresse: da una parte i medici diagnosticano sempre nuove anomalie, il numero delle gravidanze definite a rischio è in continuo aumento, dall’altra però i medici non sono in grado per lo più di fornire terapie adeguate. Le donne vivono così in uno stato di grande angoscia, perché con ogni prelievo, con ogni ecografia si certifica alla donna che potrebbe esserci qualcosa che non va, anche se in quel momento non c’è nulla.
Lo screening prenatale d’altra parte è ormai tanto diffuso da non esser messo in discussione e la donna si presta a farsi fornire una rappresentazione dell’interno del proprio corpo, a farsi scorticare dice la Duden, proprio perché è come se le venisse tolta la pelle e il confine tra il dentro e il pubblico venisse meno.
La donna può rifiutare di prendere le proprie decisioni nell’ambito previsto e interrompere la gravidanza, ma nel caso in cui desideri o comunque decida di portarla avanti dovrà collaborare alla “gestione bio-tecnica del proprio corpo”. Di fronte al sistema costituito da medici, comitati etici, legislatori etc il rifiuto personale purtroppo si rivela troppo spesso impotente.
Ora quello che ho ricavato dalla lettura delle ricerche di Barbara Duden ed ho cercato di raccontare è semplicemente un diverso sguardo, la coscienza di uno spostamento avvenuto e ancora in atto che ci riguarda e che dobbiamo poi mettere a confronto con l’esperienza vissuta dalle donne, con ogni cambiamento e nostra necessità, ma non un invito a rifiutare in generale la tecnica.
Faccio un esempio: nella prospettiva della Duden anche la pillola anti-concezionale rappresenta qualcosa che abitua la donna a concepirsi come un corpo da gestire, che le consente di mettere da parte temporaneamente la propria fertilità, non più attraverso uno strumento ma attraverso un comando, un ordine impartito al proprio corpo; d’altra parte è chiaro che le lotte per il diritto all’interruzione di gravidanza si accompagnano necessariamente a quelle per garantire alle donne conoscenza, consapevolezza e possibilità di evitare gravidanze indesiderate. In questo senso la pillola anti-concezionale allo stesso tempo è occasione di libertà e un rischio di oggettivazione del proprio corpo.
Questo per dire che naturalmente non possiamo sfuggire all’ambiente tecnico e che la tecnica può offrire opportunità che le donne desiderano cogliere ed è giusto che colgano.
Allo stesso tempo però la consapevolezza dell’impatto simbolico della tecnica medica sul corpo e sull’autopercezione femminile è assolutamente necessaria perché ci aiuta a prendere le distanze da quello che la tecnica, medica e non solo, pretende di dire su di noi e a tener presente fino a che punto sarebbe stato possibile pensare in modo diverso. Questa consapevolezza ci richiama a non dimenticare il nostro corpo e a rifiutare di pensarci come contenitori in cui una nuova vita può essere programmata a prescindere da noi.