Desidero cominciare a parlarvi di me nella speranza e nella richiesta di aprire un confronto e un ascolto reciproco. Scrivere questo intervento per oggi non mi lascia pacificata né serena. Mi rendo conto che partire da sé per raccontarmi è una esposizione che cerca una possibile forma di autenticità e di testimonianza.
Di tutto questo ho sempre paura ma non posso sottrarmi perché sento e capisco che è un modo sincero per cercare di parlarci tra donne a partire e dando ascolto alla realtà delle nostre vite. Per cercare di costruire una vicinanza possibile. I bambini e le bambine in questo sono molto brave/i e ti insegnano cosa vuole dire ancora la parola entusiasmo e passione per le cose della vita a dispetto di noi adulte/i che spesso ci fingiamo tali, rincorrendo falsi problemi e falsi obiettivi.
Piccole azioni quotidiane meccaniche dentro e fuori casa che diventano logoranti e ad un certo punto ti guardi e sai solo che il tuo corpo è stanco e triste. Vivere, avere una casa, lavorare, stare al mondo deve essere un’altra cosa. Una responsabilità differente avanza sottovoce ma fa sentire di già il suo suono prepotente e incontenibile. È il mondo che non si è voluto ascoltare e che si è lasciato lontano nella memoria. È tutto un altro modo di voler stare al mondo che appartiene alla sapienza e alla cultura delle donne e che l’altro genere non sa ma dovrebbe cominciare ad ascoltare se vuole desistere da tutto un meccanismo che ha voluto creare e in cui sta restando invischiato per sempre.
Crescere e trascorrere il tempo con le mie figlie deve essere altro da come vedo che viviamo. Vorrei che avesse sempre il sapore di quando le ho partorite e viste appena nate e mi sono vista luminosa e felice nella mia casa, quasi indecente, scandalosa al mondo.
Il mondo intorno sembra quasi follia con il suo ritmo incalzante, con oggetti sempre utili da comprare, con la preoccupazione continua per il lavoro e per il non lavoro. Assurdo nei suoi tempi e modi competitivi, in un continuo sovraccarico di responsabilità che non lasciano spazio per respirare ma solo il pensiero continuo dei soldi che non bastano mai. Siamo esseri umani che hanno bisogno di libertà e piacere, di un tempo dove vivere di cose normali e dolcissime, di un tempo in cui non c'è paura di perdere tempo e di ammalarsi perché puoi perdere il lavoro.
La vita deve essere altro, è aria, sole, è lentezza e limite, è imperfezione, malattia e salute.
Mi piace l’immagine che subito mi viene alla mente se penso a come ho lasciato che il mio corpo nascesse al desiderio di avere le mie figlie. È la bellezza il colore e la sacralità del corpo femminile. E’ la tenerezza dell’abbraccio tra madre e figlia, come l’ho visto rappresentato in tante opere d’arte, che sono entrate nella mia mente e mi hanno rincorso in ogni luogo andassi.
Non è stato affatto facile accettare la ragione del mio corpo nel piacere che si faceva avanti lentamente in me di desiderare la maternità. Dalla mia parte ho avuto a favore il tempo. Mi sono sposata giovanissima, a 22 anni. Mi sono data tempo ma solo perché ero cosciente di averne. Quando sei giovane e vivi l’amore e la sovranità di chi si sceglie reciprocamente e in libertà non ti rendi conto di quante responsabilità dovrai affrontare, di quante prove e scelte dovrai ancora fare per riconfermare quel si sull’altare. E per decidere che vuoi imparare a capire la tua vita e cercare te stessa.
Sapevo che il momento per fare la mamma per me non era ancora arrivato. Ho aspettato circa 9 anni per vari motivi e tante aspirazioni personali che donne prima di me volevano io potessi realizzare. Ho potuto aspettare e decidere il momento giusto perché non solo ho potuto usare gli anticoncezionali ma perché volevo essere certa che la responsabilità di mettere al mondo fosse condivisa tra me e mio marito.
Non ho mai pensato di avere le mie figlie da sola e tuttora credo nel legame che stiamo costruendo in due e nei nostri progetti per la casa.
Ho capito che il confronto quasi quotidiano con mio marito non può diventare una resistenza né singola né in due . Una donna non può diventare il corpo di sfogo di tutto un sistema avvelenato perché in questo modo non ce la possiamo proprio fare. Ho imparato a tenere il punto e a fare agire la responsabilità maschile nelle questioni familiari e personali. A volte si, con grande fatica. La mia casa è ancora in costruzione ma non la voglio vivere come una gabbia.
Desideravo finire gli studi universitari perché ero brava e tenace, perché volevo un nuovo lavoro che mi assicurasse indipendenza economica e mi permettesse di viaggiare, di conoscere il mondo i suoi colori e saperi. Perché attraverso un lavoro vai nel mondo e puoi decidere non solo per te stessa.
Ho poi dovuto aspettare tante cose in me, perché ho perso il lavoro che poteva darmi la mia indipendenza economica vera. Ho voluto aspettare per conoscermi meglio.
Credevo di farcela col mio impegno, la volontà, la laurea a pieni voti e il master. Invece ho scoperto che sono solo una donna e che tante porte per me non sono aperte. Non parliamo poi di certi colloqui di lavoro in cui la mia potenziale pancia non è stata gradita o altri in cui era lasciato intendere un tutto compreso che poco sapeva di “lavoro”. Tanto che sono arrivata a non sapere più se era meglio togliermela la fede nuziale o lasciarla dov’era! Il problema del lavoro si è risolto quando poi sono nate le mie figlie a distanza di 17 mesi l’una dall’altra. Il tempo che avevo non mi bastava più, né volevo più impegnarlo in una ricerca continua di lavori sottopagati e in nero. Diciamo che mi sono concessa un lusso e sono rimasta con le mie figlie.
Ho voluto aspettare i miei tempi, ascoltare i miei desideri e il mio corpo nonostante la fatica di tenere a bada e tentare di imparare a gestire quel tutto sociale e culturale che ti circonda e intende ostacolarti in tutti i modi per normalizzarti e per farti rinunciare ad esserci ovunque nel mondo.
La realtà che via via si è andata aprendo ai miei occhi è stata come vedere l’ordito che è stato già cucito sotto il bell’abito che ti si dice devi indossare. A cominciare da tutto un contesto familiare e sociale che pretendeva da me dimostrazione di essere una brava moglie, con sequenza di tagliando apposito. Prova autorevole doveva essere saper generare figli maschi.
Io invece ho generato due femmine e ne sono orgogliosa perché voglio per loro un futuro migliore del nostro. Perché penso che l’universo esiste per la forza delle donne, madri anche dei nati di donna. Noi possiamo anche essere la consolazione l’amore e la pazienza ma soltanto noi siamo in grado di dare vita e continuità al mondo. Questo desiderio e questa potenza creativa di mettere al mondo deve diventare una nostra responsabilità politica di sogno, collettiva per cambiare il senso dell’esistenza nel mondo. Non possiamo accontentarci, aspettare, sperando in un futuro diverso per i nostri figli e le nostre figlie senza lottare noi stesse ora e qui. Nessuno ci regalerà niente se non cominceremo a riparlarci e dirci tutte le cose intorno a noi e in noi stesse che ci piacciono oppure no. A dirci se così da sole ci facciamo poi tanta compagnia o se invece, certe solitudini hanno generato strategie utili.
Per cambiare il futuro non ci saranno fatte concessioni.