Dunque, per legge...
...3 donne su 10 componenti potranno/dovranno sedere nei Consigli di amministrazione delle Aziende.
Il ministro dell'Economia Giulio Tremonti ha dato il via libera... seppure con qualche riserva ad una proposta di legge bipartisan sulle quote rosa nelle aziende.
Sul Corriere della sera del 27 ottobre in un articolo di Monica Guerzoni troviamo scritto: «È un traguardo storico –esulta l'onorevole Lella Golfo [del Pdl], che ha promosso la svolta assieme ad Alessia Mosca del Pd– aspettiamo l'ok di Palazzo Chigi, ma sono molto ottimista. Chi oserà mettersi contro il ministro dell'Economia?». E ancora: «Dalle Pari opportunità assicurano che il via libera del governo è scontato. La stessa Mara Carfagna, la quale sulle prime non aveva nascosto il suo scetticismo, ora si sta adoperando per favorire il cammino di una legge ‘giusta, equilibrata’ e in grado di allineare l'Italia, in un decennio, alle percentuali degli altri Paesi europei». Leggiamo infine virgolettato: «Il termine quote rosa non mi è mai piaciuto –spiega il ministro, che ha dato parere positivo– ma sono favorevole a misure temporanee che consentano di aumentare la presenza femminile ai vertici delle aziende».
A voler essere precise, anche coloro che dicono di non essere favorevoli, dovrebbero sapere che le quote rosa sono esattamente “quelle misure temporanee che consentano di aumentare...”.
Questo, almeno nelle intenzioni dichiarate.
Ciò detto, anche a noi il termine 'quote' non è mai piaciuto, non solo perché rimanda ad un concetto di tutela fastidioso, quanto perché abbiamo verificato che nel nostro Paese finora non ha mai portato a reali cambiamenti.
Alla fine, lì dove sono state introdotte, si sono risolte nell'ennesima cooptazione partitocratica.
Sono di ben altra qualità e peso politico i risultati raggiunti in paesi come la Norvegia dove da tempo è prevista la proporzione del 40-60%. Ma si dovrebbe avere il coraggio di dire che la Norvegia è anche il paese dove l'occupazione femminile è al 75 % circa e dove il welfare esiste per davvero. Potremmo fare altri esempi più vicini a noi, come la Francia o la Spagna, potremmo accennare ai patti di presenze equilibrate di donne nelle aziende e vagliare i tanti distinguo. Ma il punto non è questo.
Mentre in Italia si parla di traguardo storico per le quote rosa, altrove, anche lì dove da tempo è prevista e/o accettata una forma di gradualità, si è raggiunta la consapevolezza che la democrazia paritaria è un bene per l'intera società, non certo un favore per le donne!
Lo dicono decine di documenti europei.
Noi restiamo diffidenti, anche perché le donne in Italia non godono di un welfare che le faciliti nel lavoro e non ci sono servizi, degni di questo nome, per far fronte alla gestione familiare. È noto a livello planetario che i maschi italiani non condividono con le donne la cura della prole e degli anziani e la manutenzione della casa.
Parliamo di una situazione che è sui generis rispetto all'intero panorama europeo.
E allora, quale giubilo? Quale traguardo storico?
Dentro questo quadretto noi da tempo diciamo 50E50... ovunque si decide! e abbiamo verificato giorno dopo giorno che affermare la democrazia partitaria in ogni luogo decisionale significa innanzitutto iscrivere nell'agenda della politica alcune priorità. Ovunque.
Fino a quando non si comprenderà questo, verranno sempre offerti aggiustamenti che non intaccano nel profondo la disparità della presenza.
Da noi l'espressione 'pari opportunità' ha avuto origine nella politica delle donne e voleva dire dare alle donne l’opportunità di gareggiare alla pari, ed essere riconosciute per meriti e competenze.
Non abbiamo mai chiesto posti in automatico, ma di non essere penalizzate solo perché donne e solo perché potenziali madri. Infatti quando le donne partecipano ai concorsi pubblici si collocano, spesso, ai primi posti.
Da noi l'espressione 'pari opportunità' ha tradito il senso originario e cristallizzato la politica delle quote. Il nostro è ormai un paese in cui la cooptazione, in politica e ovunque, ha ridotto tutte tutti e tutto a merce di scambio.
Da noi, oggi occorre una azione più coraggiosa e radicale che rimetta al centro meritocrazia ovunque e per tutti, maschi e femmine, coniugandola veramente con pari opportunità per le donne.
Oltretutto la stampa ci fa sapere già nel titolo che «Il femminismo cambia idea sulle ‘quote rosa’. Dalla Ravera alla Armeni. A una svolta la legge che impone il 30% di donne nei cda». L'articolo si apre dicendo «Panda per necessità. Se storicamente, e in nome di una battaglia per la meritocrazia, aveva sempre guardato con orrore alle quote rosa –giudicate riserva per specie protette– ora il femminismo italiano comincia a mutare parere». (Corriere della Sera, 16 ottobre 2010)
È evidente che si tratta del femminismo che da vent'anni viene ospitato sulla carta stampata come in tv e che si vuole ostinatamente accreditare come rappresentante della politica delle donne in Italia.
La parola delle donne che non restano in silenzio, ancora una volta, non viene ascoltata.
Dunque, per legge moriremo panda, seppure rosa?
Noi non ci rassegniamo e continueremo a lottare per l'affermazione piena della democrazia paritaria.
Pina Nuzzo